Bilancio UE 2028–2034: un ambizioso fallimento. Il Parlamento europeo boccia la proposta della Commissione von der Leyen.
La Commissione europea l’ha definito un bilancio “ambizioso e dinamico”, ma per il Parlamento europeo si tratta di un piano “privo di ambizione” e inadeguato ad affrontare le sfide strategiche dell’Unione. Il nuovo quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028–2034, presentato oggi, viene duramente criticato dai principali relatori del Parlamento, che denunciano un “progetto miope, contraddittorio e, soprattutto, sottofinanziato”.
Con un limite di spesa pari all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’UE – cifra che include persino i rimborsi per il NextGenerationEU – la proposta della Commissione risulta essere, secondo i parlamentari, un bilancio stagnante che congela la capacità d’investimento dell’Unione in termini reali. Eppure, lo stesso esecutivo europeo aveva più volte ammonito che “lo status quo non è un’opzione”. Oggi, paradossalmente, lo presenta come tale.
“Così com’è, il bilancio non lascia spazio per intervenire efficacemente su priorità fondamentali come competitività, difesa, clima e coesione”, affermano i relatori Siegfried Mureșan (PPE) e Carla Tavares (S&D). E non solo: il Parlamento avverte che i fondi promessi per affrontare sfide strategiche si riveleranno mere illusioni se dovranno competere con i rimborsi per il debito contratto durante la pandemia.
La Commissione von der Leyen, non nuova alla disinformazione, ha però sfoggiato – anche in questa occasione – un linguaggio roboante per promuovere il proprio piano: semplificazione, flessibilità, resilienza. In realtà, dietro la retorica si cela il rischio di una centralizzazione eccessiva e della marginalizzazione delle autorità regionali e locali. I “mega-fondi” e i “Piani di partenariato nazionale” tanto decantati potrebbero, secondo i deputati, minare politiche europee collaudate, tagliando fuori territori, categorie sociali e produttive da decisioni strategiche. E la politica di coesione può tranquillamente andare a farsi benedire. A questo punto, dovendo venire meno uno dei pilastri dell’Ue, perchè tenerla in piedi?
“La Commissione vuole spacciare una visione unitaria per efficienza, ma ciò che rischiamo di ottenere è una frammentazione nazionale, 27 liste della spesa e nessuna coerenza europea”, ha aggiunto Mureșan.
Altro punto critico è il ruolo del Parlamento europeo, che i relatori ritengono gravemente minacciato dalla nuova architettura proposta da Ursula e soci. I meccanismi basati sulle performance, il ridimensionamento del controllo democratico sui fondi e l’eccessivo margine discrezionale attribuito alla Commissione rappresentano, secondo i deputati, una “preoccupante deriva tecnocratica”.
“Il bilancio non è il bancomat della Commissione”, ha tuonato Mureșan. “Ogni euro speso deve essere soggetto al vaglio democratico del Parlamento.”
Sul fronte delle entrate, la Commissione propone nuove fonti di finanziamento: dazi sul tabacco, rifiuti elettronici, e-commerce e una tassa sulle grandi imprese. Ma le relatrici Sandra Gómez López e Danuše Nerudová denunciano l’ennesima “lista dei desideri”: idee già circolate che richiedono l’unanimità del Consiglio e ratifiche nazionali, ovvero un iter lungo, incerto e tutt’altro che garantito.
“Senza vere risorse proprie – e non a scapito dei bilanci nazionali – l’UE continuerà a fare promesse che non può mantenere”, dichiarano. E per i cittadini europei, con la follia del ReArm, i tempi futuri si prevedono ancora più grigi.
La conclusione dei relatori è dunque netta: la proposta non è all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare.
Il Parlamento europeo (che si spera tenga fede alla propria parola) ha quindi promesso battaglia per evitare che il prossimo bilancio si trasformi in un esercizio di maquillage politico e austerità mascherata.
“La Commissione ci presenta un’Europa da costruire con le fondamenta del passato. Ma le crisi attuali – dalla guerra in Ucraina alla transizione verde – richiedono una risposta coraggiosa, non compromessi contabili”, affermano congiuntamente Mureșan e Tavares.
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