Bilancio UE 2028-2034: la Corte dei conti frena l’entusiasmo. “Tanti cambiamenti, ma non necessariamente in meglio”
Più soldi, più ambizioni, ma anche più rischi. La Corte dei conti europea ha acceso un semaforo giallo sulla proposta di bilancio pluriennale dell’Unione Europea per il periodo 2028-2034, avvertendo che le modifiche radicali avanzate dalla Commissione europea potrebbero in ultima analisi non tradursi in una spesa più efficace né in benefici concreti per i cittadini europei.
Una proposta da quasi 2.000 miliardi di euro.
Il progetto della Commissione, presentato tra luglio e settembre 2025, prevede una dotazione finanziaria totale di circa 2.000 miliardi di euro – un aumento del 59% rispetto all’attuale bilancio 2021-2027, che si attesta a 1.200 miliardi. Una crescita che avrebbe conseguenze dirette sui portafogli degli Stati membri: i contributi nazionali aumenterebbero dell’81%, raggiungendo i 235 miliardi di euro.
Sul fronte delle entrate, la Commissione propone di ampliare le fonti di finanziamento proprie da quattro a nove, introducendo nuove risorse legate alle apparecchiature elettriche ed elettroniche non raccolte, alle accise sul tabacco e a una nuova risorsa societaria europea. Sul fronte della spesa, spicca la creazione di un maxi-fondo da 865 miliardi di euro per coesione e agricoltura, un significativo rafforzamento dei finanziamenti per la difesa e la possibilità per gli Stati membri di accedere a prestiti rimborsabili dell’UE fino a 150 miliardi di euro.
È proprio su questi pilastri che la Corte dei conti europea – l’istituzione preposta al controllo finanziario dell’Unione – ha formulato una serie di rilievi critici, raccolti in dodici pareri di audit e sintetizzati in un documento pubblicato nelle scorse ore.
“Non si tratta di una continuazione dello status quo, bensì di un cambiamento radicale”, ha dichiarato il presidente della Corte, Tony Murphy. “Molte delle modifiche proposte non sono garanzia di una spesa migliore in futuro”.
I rischi nel dettaglio.
Le preoccupazioni dell’organo di controllo sono molteplici e articolate. Sul fronte delle entrate, la Corte avverte che se i nuovi flussi di finanziamento non dovessero essere approvati, si aprirebbe un considerevole buco nei conti: gli Stati membri dovrebbero aumentare ulteriormente i propri contributi oppure ridimensionare le ambizioni del bilancio. A ciò si aggiunge il rischio legato all’incremento del debito europeo derivante dalla proposta di assunzione di nuovi prestiti.
Sul fronte della spesa, accorpare politiche molto diverse in un unico grande fondo potrebbe compromettere il raggiungimento degli obiettivi specifici di ciascuna, generando inevitabili compromessi tra priorità in conflitto. Un esempio concreto riguarda l’agricoltura: con ampie margini di manovra lasciati agli Stati membri – che hanno interessi spesso divergenti – esiste il rischio concreto che la spesa agricola si allontani dalle priorità dell’Unione, distorca la concorrenza e crei disparità tra gli agricoltori europei.
La Corte punta il dito anche sul quadro di valutazione delle performance, giudicato carente nella sua progettazione: così com’è, non consentirebbe di misurare adeguatamente i risultati della spesa europea né di rendicontare ai cittadini i vantaggi ottenuti a fronte dei contributi versati. A peggiorare il quadro, i meccanismi di controllo per garantire un utilizzo corretto dei fondi si appoggiano in misura eccessiva ai sistemi di verifica degli Stati membri, spesso rivelatisi inadeguati. Infine, le proposte non definiscono con sufficiente chiarezza i diritti della Corte stessa ad accedere senza limiti alle informazioni necessarie per svolgere il proprio mandato di controllo.
La posta in gioco per i negoziati.
Il documento della Corte arriva in un momento cruciale: i negoziati tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione sul prossimo quadro finanziario pluriennale sono appena agli inizi, e le posizioni dei ventisette Stati membri sono ancora lontane da una sintesi. I dodici pareri di audit – richiesti congiuntamente da Parlamento e Consiglio – rappresentano un contributo tecnico di peso che i negoziatori non potranno ignorare. La posta in gioco è alta: definire come l’Unione Europea spenderà quasi 2.000 miliardi di euro nei prossimi sette anni.
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