Bilancio UE 2028-2034: la Corte dei Conti europea frena ancora l’entusiasmo della Commissione von der Leyen
Quasi duemila miliardi di euro da spendere in sette anni. Numeri da capogiro, ma non necessariamente una garanzia di buona gestione. È questo, in sintesi, il messaggio che la Corte dei Conti europea (ECA) lancia sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, il mega-bilancio dell’Unione europea che la Commissione ha messo sul tavolo a partire dal luglio 2025 e che dovrà governare la spesa comunitaria per il prossimo settennio.
Il verdetto degli auditor indipendenti di Lussemburgo, adottato il 23 aprile 2026 sotto la presidenza di Tony Murphy, è netto: molti cambiamenti, non necessariamente in meglio.
Un bilancio record, ma a quali condizioni?
Le proposte legislative definiscono le fondamenta strategiche della pianificazione finanziaria dell’UE per il prossimo periodo settennale e, una volta approvate dai legislatori europei, governeranno un bilancio da circa 2.000 miliardi di euro.
Rispetto al QFP 2021-2027 da 1.223 miliardi, il nuovo quadro rappresenta un aumento del 59% a prezzi correnti. Espresso in percentuale del reddito nazionale lordo dell’UE, il tetto di spesa sale dall’1,13% all’1,26% proposto.
Non si tratta solo di più denaro. La Commissione riorganizza l’architettura del bilancio riducendo le voci di spesa da sette a quattro e il numero di programmi da 52 a 16: un vero e proprio stravolgimento della struttura di bilancio.
Il nuovo “Fondo Europeo” assorbe tutto.
La novità più dirompente è la creazione di un maxi-contenitore finanziario. Un nuovo Fondo Europeo del valore di 865 miliardi di euro a prezzi correnti (771 miliardi a prezzi 2025) verrà istituito incorporando politiche chiave come coesione, agricoltura, sviluppo rurale, pesca e affari marittimi in un unico quadro, articolato attorno a un singolo piano nazionale e regionale di partenariato per ciascuno Stato membro.
Una scelta ambiziosa, ma non priva di rischi. L’integrazione di politiche con obiettivi, tempi e logiche di attuazione diverse potrebbe generare maggiore complessità e richiedere difficili compromessi tra priorità in conflitto.
Per la prima volta in oltre sessant’anni, poi, l’agricoltura perde la sua autonomia finanziaria. Dal 1962, la politica agricola comune non aveva mai rinunciato a un fondo dedicato. La maggiore flessibilità concessa agli Stati membri consentirà loro di adattare i propri piani alle sfide specifiche, ma una divergenza significativa tra i piani nazionali potrebbe indebolire l’allineamento della spesa agricola alle priorità dell’UE, distorcere la concorrenza e creare disparità tra gli agricoltori.
Più debito, nuove entrate: un’equazione rischiosa.
Sul fronte del finanziamento, le proposte prevedono una trasformazione profonda. I contributi nazionali annuali per finanziare il bilancio aumenterebbero dell’81%, raggiungendo 235 miliardi di euro a prezzi correnti.
Il numero delle risorse proprie salirebbe da quattro a nove, con l’introduzione di tre nuove voci , rifiuti elettronici non riscossi, accise sul tabacco e un contributo societario per l’Europa , oltre al mantenimento di due precedentemente proposte, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e il sistema di scambio delle quote di emissione.
Ma è il capitolo del debito a destare le maggiori preoccupazioni. L’indebitamento dell’UE aumenterebbe considerevolmente per effetto dei prestiti previsti: 150 miliardi agli Stati membri per finanziare i piani di investimento, fino a 100 miliardi di sostegno aggiuntivo all’Ucraina, 90 miliardi di prestiti a Kiev già proposti di recente, e il potenziale ricorso a un meccanismo per crisi gravi fino a 395 miliardi.
Otto criticità che preoccupano gli auditor.
La Corte dei Conti ha esaminato dodici proposte legislative tra gennaio e marzo 2026, pubblicando altrettanti pareri su richiesta del Parlamento europeo e del Consiglio dell’UE. Le criticità individuate si concentrano in otto aree tematiche.
Sul fronte del finanziamento, se le nuove fonti di entrata non dovessero essere approvate, si aprirebbe un buco di bilancio significativo, costringendo gli Stati membri ad aumentare i propri contributi in proporzione alla ricchezza nazionale oppure ad abbassare le ambizioni complessive del bilancio.
Sul valore aggiunto europeo, la Commissione ha mancato l’occasione di definire in modo chiaro in che misura la spesa europea aggiunga qualcosa rispetto alla spesa puramente nazionale.
Sul rischio di dispersione delle priorità, per gran parte del bilancio le scelte di spesa resteranno nelle mani degli Stati membri, con interessi divergenti: conciliare gli obiettivi a livello europeo con le esigenze regionali si preannuncia un’impresa difficile.
Sul capitolo della semplificazione, il giudizio è ambivalente: ridurre il numero di regole e programmi è un primo passo, ma dove la gestione è condivisa, il rischio è di spostare il peso burocratico dalla Commissione agli Stati membri e ai beneficiari finali. Inoltre, la fusione di politiche diverse potrebbe compromettere il raggiungimento dei rispettivi obiettivi.
Sulla flessibilità, una maggiore libertà di manovra potrebbe ridurre la prevedibilità del bilancio, elemento cruciale per gli investimenti a lungo termine. Flessibilità aumentata non deve significare spendere di più senza spendere meglio.
Sul controllo e la trasparenza, la Corte è esplicita: i meccanismi per garantire che il denaro europeo venga speso correttamente si affidano troppo ai sistemi di controllo degli Stati membri, spesso insufficienti. La Commissione, che resta l’ultima responsabile del buon uso dei fondi, rischia di non poter fornire alle autorità di discarico le garanzie richieste dai Trattati.
Sul quadro di performance, il giudizio è severo: il sistema proposto presenta una struttura debole che non consente di misurare realmente i risultati ottenuti con la spesa europea né di capire cosa ricevono in concreto i cittadini in cambio dei loro soldi. Il meccanismo di controllo non assicura che gli Stati forniscano alla Commissione informazioni attendibili sulle performance.
Infine, sul mandato della stessa Corte dei Conti, le proposte non garantiscono in modo sufficientemente chiaro alla ECA l’accesso illimitato alle informazioni e ai sistemi informativi necessari per svolgere il proprio lavoro di audit.
Un cantiere aperto, non una certezza.
Il messaggio complessivo che emerge da Lussemburgo è quello di un’istituzione che guarda con attenzione critica a una riforma ambiziosa ma dai contorni ancora sfumati. Più fondi, meno burocrazia sulla carta, ma nuovi rischi sul piano della responsabilità, della coerenza e della misurabilità dei risultati.
Spendere quasi duemila miliardi di euro in sette anni è una cosa. Spenderli bene, un’altra.
