11 Agosto 2026
Europa

Biennale di Venezia, il ricatto della Commissione europea per fermare la Russia. Ma è davvero questo il ruolo di Bruxelles?

C’è qualcosa di profondamente stonato nell’immagine di una Commissione europea, quella stessa istituzione che fatica a trovare una voce unitaria sui dossier geopolitici che contano davvero, dalla difesa all’energia, dai rapporti con Washington alla crisi mediorientale, che scende in campo con piglio censorio per dettare legge su chi può esporre i propri quadri a Venezia.

Eppure è accaduto. Il vicepresidente esecutivo Henna Virkkunen e il commissario Glenn Micallef hanno emesso una dichiarazione congiunta per «condannare fermamente» la decisione della Fondazione Biennale di riaprire il padiglione russo alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte del 2026. E, come se non bastasse, hanno aggiunto la minaccia: se la Fondazione non tornerà sui propri passi, Bruxelles valuterà “la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’UE in corso.

L’arte come ostaggio della politica.

Il ragionamento della Commissione è noto e, in astratto, comprensibile: la cultura non deve diventare una piattaforma di propaganda, le organizzazioni europee devono agire in coerenza con le sanzioni imposte alla Russia, nessuno spazio può essere concesso a chi sostiene o giustifica l’aggressione all’Ucraina.

Ma c’è un problema di fondo, e non è piccolo. La Biennale di Venezia non è un vertice diplomatico né un consesso intergovernativo: è una delle più antiche e prestigiose manifestazioni culturali del mondo, nata esattamente come luogo di incontro tra civiltà diverse, anche, e soprattutto, nei momenti di tensione. Usare i cordoni della borsa per condizionarne le scelte non è tutela dei valori democratici: è la loro negazione.

Il paradosso di chi predica libertà e pratica il controllo.

C’è un’ulteriore contraddizione che vale la pena sottolineare. L’Unione europea si presenta al mondo come il baluardo della libertà di espressione, del dialogo aperto e della diversità culturale, parole che compaiono, non a caso, proprio nella dichiarazione di Virkkunen e Micallef. Eppure il messaggio implicito di quella stessa dichiarazione è: sei libero di esprimerti, purché la tua espressione ci piaccia. Sei autonomo nelle tue scelte, purché coincidano con le nostre.

Una Commissione che minaccia di tagliare i fondi a una fondazione culturale per le sue scelte di programmazione artistica non sta difendendo i valori europei: sta esercitando una pressione che, applicata da qualsiasi altro soggetto, chiameremmo senza esitazione con il suo nome, censura.

Una leadership che ha perso la bussola.

Il timing, poi, è imbarazzante. Mentre l’Europa fatica a definire una posizione credibile sul futuro dell’Ucraina, mentre i rapporti transatlantici scricchiolano e la marginalità geopolitica del Vecchio Continente diventa ogni giorno più evidente, la Commissione trova il tempo e l’energia per occuparsi di chi espone alla Biennale. È lecito chiedersi se le priorità siano davvero quelle giuste.

Confondere la fermezza politica con l’ingerenza culturale è un errore che rivela, più di qualsiasi altro segnale, quanto questa leadership europea abbia perso il senso del proprio ruolo e dei propri limiti.

foto Laurie Dieffembacq Copyright: © European Union 2025 – Source : EP