Balcani occidentali e Unione europea: l’allargamento di gruppo come risposta alla crisi di credibilità dell’UE.
La proposta avanzata dal presidente serbo Aleksandar Vučić, che punta a un’adesione congiunta dei Paesi dei Balcani occidentali all’Unione europea, riporta al centro del dibattito una questione cruciale per Bruxelles: l’UE dispone ancora di una strategia chiara, coerente e credibile per la regione?
L’iniziativa, presentata nelle scorse settimane nel corso di un incontro con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e con il presidente del Consiglio europeo António Costa, non mira ad aggirare i criteri di adesione né a indebolire le regole comunitarie. Al contrario, si propone di recuperare la logica strategica dell’allargamento, che in passato ha garantito risultati duraturi in momenti decisivi della storia dell’Unione. Il problema, secondo i promotori, non è la severità delle condizioni, ma un processo frammentato, bilaterale e senza scadenze certe, che sta progressivamente perdendo credibilità sia nei Balcani sia sul piano geopolitico.
L’allargamento di gruppo, un modello già sperimentato.
L’adesione simultanea di più Paesi non rappresenta un’anomalia nella storia dell’UE. Il caso più emblematico, ricorda una recente indagine dell’IFIMES, resta l’allargamento del 2004, quando dieci Stati – in prevalenza dell’Europa centro-orientale – entrarono insieme nell’Unione, integrando circa 70 milioni di cittadini. A confronto, i Balcani occidentali contano oggi circa 16 milioni di abitanti, un dato che ridimensiona l’argomento demografico come possibile ostacolo.
Secondo stime recenti, nel 2025 l’emigrazione dai Balcani ha coinvolto circa 500.000 giovani all’anno, spinti da difficoltà economiche e insicurezza. Un’adesione di gruppo, ipotizzata tra il 2028 e il 2030, potrebbe contrastare questa tendenza favorendo l’integrazione economica e l’accesso al mercato del lavoro europeo. Le proiezioni parlano di un aumento del sostegno popolare all’UE tra il 20 e il 25%, di una crescita del PIL regionale del 2-3% annuo e di un rafforzamento della cooperazione regionale fino al 50%, grazie a progetti comuni su infrastrutture e commercio.
Balcani “prigionieri del processo”.
A differenza dei Paesi entrati nell’UE nei primi anni Duemila, i Balcani occidentali restano intrappolati in una candidatura prolungata, priva di un esito chiaramente definito. L’allargamento rischia così di trasformarsi in un fine in sé, sostituito da fasi tecniche, meccanismi provvisori e condizionalità politiche mutevoli. Un approccio che indebolisce la motivazione interna alle riforme e riduce il consenso popolare verso il progetto europeo.
Le lezioni dei precedenti allargamenti sono eloquenti: il successo dei Paesi baltici è dipeso da scadenze chiare e da un forte impegno politico; l’esperienza di Romania e Bulgaria ha mostrato i limiti di un’integrazione incompleta; il lungo percorso della Croazia ha confermato l’importanza di una strategia trasparente e condivisa. Oggi, nei Balcani occidentali, prevalgono incertezza, criteri frammentati e scarso coordinamento regionale.
La crisi di credibilità dell’UE.
A pesare è anche la percezione di doppi standard. Diversi Stati membri non soddisfano pienamente criteri che Bruxelles continua a imporre ai Paesi candidati, in particolare su stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. L’assenza di calendari credibili e le continue revisioni delle condizioni alimentano un senso di ingiustizia politica e rafforzano l’idea di un processo strumentale.
Eppure, i legami economici sono già profondi: nel 2025 il PIL complessivo dei Balcani occidentali ha raggiunto circa 130 miliardi di euro e il 65-70% del commercio estero è diretto verso l’UE. Iniziative regionali come CEFTA, Processo di Berlino, Open Balkan e Iniziativa Adriatico-Ionica dimostrano che una cooperazione più stretta è possibile e potrebbe essere ulteriormente rafforzata da un approccio europeo di gruppo.
Allargamento come risposta alle crisi geopolitiche.
Storicamente, l’allargamento è stato uno strumento con cui l’UE ha risposto alle proprie crisi interne. Oggi l’Unione affronta sfide complesse: la guerra in Ucraina, la ridefinizione della sicurezza europea, l’instabilità energetica, le pressioni migratorie e il calo di competitività globale. Integrare i Balcani occidentali non è solo un atto di solidarietà, ma una scelta strategica per la stabilità del continente.
Il blocco del processo ha già avuto effetti tangibili: la fiducia nell’UE è scesa drasticamente, passando in Serbia dal 70% del 2010 a circa il 40% nel 2025, con cali simili in Montenegro, Macedonia del Nord e Albania. In questo vuoto si inseriscono altri attori globali: gli Stati Uniti sul piano della sicurezza, la Russia con strategie di influenza politica ed energetica, la Cina attraverso investimenti infrastrutturali. Senza una prospettiva europea chiara, il rischio di una riallocazione geopolitica della regione diventa concreto.
Una scelta strategica per l’Europa.
Sostenere l’idea dell’allargamento di gruppo non significa rinunciare alle riforme, ma riconoscere che il modello attuale è arrivato al limite. Per avere successo, i Paesi dei Balcani dovranno rafforzare lo stato di diritto, intensificare la cooperazione regionale e presentarsi a Bruxelles con una posizione coordinata. Allo stesso tempo, l’UE dovrà fissare tempistiche credibili, eliminare criteri variabili e restituire all’allargamento una dimensione politica e strategica, non solo burocratica.
In un contesto di crescente competizione geopolitica, l’ingresso dei Balcani occidentali nell’Unione dovrebbe essere letto come un atto di autodifesa strategica europea. Continuare a rinviare significa lasciare la regione in una perenne condizione di incertezza; integrarla, invece, vuol dire rafforzare la sicurezza, la credibilità e il ruolo globale dell’Europa.
foto Daina Le Lardic Copyright: © European Union 2023 – Source : EP
