Asset russi congelati e aiuti militari a Kiev: il rischio è che a vincere siano sempre i grandi Paesi UE.
L’uso dei beni russi congelati per finanziare il sostegno militare all’Ucraina apre un nuovo fronte di tensione politica all’interno dell’Unione europea. Se da un lato la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di destinare queste risorse all’acquisto di equipaggiamenti militari, anche prodotti in Europa, dall’altro cresce il timore che tali fondi finiscano per rafforzare soprattutto le grandi potenze industriali del continente, a scapito dei Paesi con industrie della difesa meno influenti sul piano politico.
A sollevare la questione è l’eurodeputato Piotr Müller (ECR), che in un’interrogazione scritta alla Commissione mette in guardia contro il rischio che il cosiddetto fondo di “riparazioni” per l’Ucraina si trasformi in un ulteriore strumento di redistribuzione asimmetrica delle risorse. Secondo Müller, l’esperienza di altri programmi europei dimostra che la maggior parte dei contratti e dei finanziamenti tende a concentrarsi nelle mani delle economie più forti, in particolare Francia e Germania, penalizzando Paesi come la Polonia, che pure dispongono di un’industria della difesa sviluppata e forniscono a Kiev aiuti militari concreti.
Il nodo centrale riguarda la governance. “Chi deciderà l’assegnazione dei fondi e degli appalti, e in base a quali criteri? Se le scelte dovessero essere guidate più da accordi politici che da parametri trasparenti di concorrenza e qualità dei sistemi d’arma – avverte Müller – i beni russi congelati rischierebbero di diventare l’ennesimo meccanismo a vantaggio dei “grandi player” europei”.
Nella risposta ufficiale, a nome della Commissione europea, il commissario Andrius Kubilius ha richiamato le conclusioni del Consiglio europeo del 23 ottobre 2025, che hanno invitato l’esecutivo comunitario a presentare opzioni per il sostegno finanziario all’Ucraina sulla base di una valutazione delle sue reali esigenze. Il dossier, ha precisato, tornerà sul tavolo dei leader europei nel dicembre 2025.
Secondo la Commissione, le proprie valutazioni si fondano su alcuni principi chiave: rispondere alle necessità critiche di difesa dell’Ucraina, garantire rapidità nell’erogazione dei fondi, tutelare la sostenibilità del debito di Kiev, mantenere flessibilità per far fronte a esigenze militari in evoluzione e assicurare una equa condivisione degli oneri con i partner internazionali. Bruxelles sostiene inoltre che le future proposte non discrimineranno né favoriranno l’industria della difesa di alcuno Stato membro.
Resta però aperta la questione politica sollevata da Müller: come garantire, nella pratica, un accesso equo ai contratti per tutti i produttori europei, inclusi quelli dell’Europa centrale e orientale? E come evitare che i meccanismi già visti in passato – con un vantaggio strutturale per Francia e Germania – si ripetano anche in questo nuovo capitolo del sostegno a Kiev?
La Commissione si limita a ricordare che la decisione finale sulle condizioni del sostegno finanziario all’Ucraina spetterà ai co-legislatori, ovvero Parlamento europeo e Consiglio. Ma il timore che gli asset russi congelati finiscano per alimentare soprattutto gli interessi dei grandi Paesi industriali resta sullo sfondo, riportando l’ennesima “campagna per il diritto e la solidarietà dell’Ue” nel novero degli interessi particolaristici dei potenti Stati dell’Ue.
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