Armenia al voto: tra Mosca e Bruxelles, una piccola nazione contesa
Macron al microfono, Pashinyan alla batteria. I due che intonano Aznavour insieme, davanti alle telecamere, durante il vertice della Comunità politica europea ospitato a Yerevan un mese fa. Una scena che vale più di mille comunicati diplomatici: l’Armenia sta cambiando campo. O almeno ci prova. Perché oggi, quando 2,5 milioni di cittadini armeni si recheranno alle urne su una popolazione totale di tre milioni, non voteranno soltanto per il parlamento. Voteranno , consapevoli o meno , per decidere a quale grande potenza affidarsi. E sia Mosca che Bruxelles hanno già fatto la loro mossa.
La partita delle interferenze straniere.
È diventato un luogo comune denunciare le interferenze russe nei processi elettorali occidentali. Meno , invece, notare che il gioco lo fanno in due , o in tre, se si conta Washington. Nel caso armeno, l’Unione europea non ha fatto mistero delle proprie ambizioni: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato giovedì un pacchetto da 50 milioni di euro per Yerevan, accompagnato dall’apertura dei mercati europei ai prodotti armeni bloccati dalla Russia. Tempismo impeccabile, a 72 ore dal voto. Difficile definirlo diversamente da quello che è: un incentivo economico esplicitamente legato all’orientamento geopolitico del Paese. L’Ue, per qualcuno, è la patria dello Stato di diritto…
La Russia, dal canto suo, non è rimasta a guardare. Nelle ultime settimane Mosca ha bloccato le importazioni di ortaggi, frutta e altri prodotti armeni , un messaggio in perfetto stile kremliniano, grezzo ma inequivocabile. Putin ha anche avvertito che l’avvicinamento di Yerevan all’Ue dovrebbe passare per un referendum popolare, aggiungendo con la consueta delicatezza che “in base a ciò, anche noi prenderemmo la nostra decisione”.
Un copione già visto?
Chi ha memoria storica (e senso critico soprattutto) riconosce il copione. Nel 2008-2009 l’Unione europea tentò qualcosa di simile in Bielorussia, cercando di avvicinare il regime di Alexander Lukashenko , “l’ultimo dittatore d’Europa”, secondo la celebre definizione americana, con un’offerta di fondi e aperture commerciali nell’ambito del Partenariato Orientale. Il tentativo finì miseramente: Lukashenko prese i soldi, ringraziò, e rimase saldamente nell’orbita russa. Bruxelles scoprì che coprire di euro un’economia non basta a cambiarne l’orientamento politico, specie quando il potere è concentrato in una sola persona che non ha alcun interesse a mollare la presa.
Oggi il copione si ripete, con alcune variazioni. Innanzitutto, Pashinyan non ha gli attributi del “Bat’ka” Lukashenko. In Ungheria, ancora, dopo la sconfitta del “nemico numero uno” ai piani opachi dell’Ue, sono stati sbloccati miliardi di euro di fondi Ue. In Moldova, Maia Sandu sta portando, a suon di milioni di euro, il Paese verso l’integrazione europea chiudendo sistematicamente i rapporti con Mosca, in un processo che i suoi sostenitori chiamano sovranità e i suoi critici chiamano dipendenza da un padrone diverso.
Il meccanismo è sempre lo stesso: nelle cosiddette “repubbliche delle banane” europee , Paesi ad alto tasso di corruzione, fragilità istituzionale e Stato di diritto claudicante, i fondi comunitari non arrivano gratis. Arrivano con condizionalità politiche, orientamenti da rispettare, alleanze da coltivare. Non è detto che sia sbagliato in assoluto. È sbagliato chiamarlo con un altro nome, tipo “sostegno al processo democratico” o “difesa dall’aggressione russa”.
Pashinyan tra due fuochi.
Tornando all’Armenia: Pashinyan ha una storia personale che lo ha portato al potere nel 2018 sulla spinta di una rivolta popolare pacifica , la cosiddetta Rivoluzione di Velluto. Da allora ha navigato acque difficilissime: la sconfitta militare del 2023 contro l’Azerbaigian, la perdita del Nagorno Karabakh, l’arrivo di centomila rifugiati.
Eppure la strada verso l’Europa è tutt’altro che sgombra. Un terzo delle esportazioni armene va verso la Russia. Il gas e il petrolio arrivano da Mosca. Una base militare russa è tuttora presente sul territorio armeno. Uscire dall’Unione economica eurasiatica , di cui l’Armenia fa parte insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan , costerebbe caro, e Pashinyan lo sa.
I suoi avversari alle elezioni di domenica sono due formazioni filorusse: l’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan e Armenia Forte del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan. I sondaggi danno vincente il partito di Pashinyan, ma la soglia dei due terzi del parlamento , necessaria per approvare le riforme costituzionali, appare difficile da raggiungere.
Democrazia a geometria variabile.
C’è un ultimo elemento che vale la pena non ignorare. Gruppi internazionali per i diritti umani e oppositori interni accusano Pashinyan di derive autoritarie: decine di oppositori incarcerati, esponenti della Chiesa ortodossa condannati con l’accusa di tentato colpo di Stato, e nelle ultime ore l’arresto di sei candidati di Armenia Forte (Hayk Avagyan, Sasun Badoyan, Arthur Abrahamyan, Vahe Tavakalyan, Vahe Yeghiazaryan e Ashot Sahakyan) senza che vengano fornite spiegazioni sulle accuse. Il leader Karapetyan, ancora, si trova agli arresti domiciliari.
L’Unione europea, che pure ha fatto della difesa dello Stato di diritto la propria bandiera identitaria, ha fatto sapere che “rimarrà fermamente al fianco di Pashinyan”. Senza troppe domande sugli arresti di candidati politici a 48 ore dal voto. Chiaro no?
Il che ci ricorda un’altra verità scomoda: le interferenze straniere non si misurano solo in rubli. Si misurano anche in euro. E la democrazia che si sostiene con 50 milioni di incentivi alla vigilia delle elezioni assomiglia, almeno un poco, a quella che si compra.
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