10 Aprile 2026
Politica

Appalti pubblici UE: trasparenza a metà, miliardi nell’ombra

Quanto costano davvero i contratti pubblici finanziati con fondi europei? Chi li ottiene, a quali condizioni e con quali risultati concreti? Domande apparentemente ovvie, ma alle quali il sistema attuale fatica ancora a dare risposte chiare. Lo rivela, tra le righe, la risposta che il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Séjourné ha dato ieri intervenendo nel merito di un’interrogazione parlamentare sulla trasparenza negli appalti pubblici dell’UE.

Trasparenza sì, ma fino a un certo punto.

Le direttive europee sugli appalti pubblici impongono la pubblicazione degli aggiudicatari e dei documenti di gara. Fin qui, tutto bene. Il problema emerge subito dopo: è consentito oscurare informazioni ritenute “segreti commerciali” o dati personali (d’altronde lo si fa pure nel Consiglio regionale della Sardegna). E soprattutto, dettaglio tutt’altro che secondario, le stesse direttive non prevedono alcun obbligo di pubblicare i dati transazionali, come le singole fatture pagate. In altre parole, si sa a chi viene assegnato un appalto, ma non necessariamente quanto viene effettivamente pagato, quando e per quale specifica prestazione.

Un vulnus di trasparenza che riguarda una fetta enorme della spesa pubblica europea: gli appalti pubblici nell’UE valgono ogni anno circa il 14% del PIL comunitario.

Il nuovo regolamento? In arrivo, forse, nel 2026.

La Commissione annuncia per il secondo trimestre del 2026 una proposta di Public Procurement Act, il nuovo regolamento europeo sugli appalti. Tra gli obiettivi dichiarati: migliorare lo scambio sicuro dei dati e introdurre meccanismi di monitoraggio orientati ai risultati. Un passo nella direzione giusta, almeno sulla carta. Ma la storia delle riforme europee in materia insegna a non nutrire aspettative eccessive sui tempi e sull’ambizione reale dei provvedimenti.

Nel frattempo, il sistema resta quello che è: frammentato, poco leggibile per i cittadini e ancora troppo concentrato sulla conformità procedurale piuttosto che sull’efficacia della spesa.

Pagare per i risultati? Tecnicamente già possibile, ma quasi nessuno lo fa.

Uno dei punti più rilevanti dell’interrogazione riguarda i modelli di appalto basati sulle prestazioni, dove i pagamenti sono collegati a risultati misurabili e non alla semplice consegna formale di un prodotto o servizio. La risposta della Commissione è tecnicamente corretta: le direttive vigenti non vietano questo approccio, anzi lo consentono esplicitamente.

Il punto è che quasi nessuno lo applica davvero. Le stazioni appaltanti continuano a privilegiare criteri procedurali, rispetto delle scadenze, documentazione in regola e fatture conformi, piuttosto che valutare se una scuola ristrutturata funziona meglio, se una piattaforma digitale è effettivamente usata dai cittadini o se un programma di formazione ha prodotto occupazione reale.

Sostenibilità e criteri verdi: impegni solenni, applicazione incerta.

La Commissione ricorda anche gli impegni assunti nella Single Market Strategy e nel Circular Economy Action Plan: introdurre criteri minimi obbligatori di sostenibilità ambientale negli appalti pubblici, settore per settore. Obiettivi condivisibili, ma che si scontrano con una realtà in cui le amministrazioni locali e nazionali, spesso sotto organico e sovraccariche di adempimenti burocratici, faticano già a gestire le procedure ordinarie.

Il nodo politico che resta irrisolto.

Al di là dei tecnicismi normativi, la questione di fondo è politica. I cittadini europei hanno il diritto di sapere dove finisce ogni euro di spesa pubblica, chi lo incassa e se ha prodotto qualcosa di concreto. L’attuale sistema garantisce una trasparenza di facciata, i bandi si pubblicano, i vincitori si annunciano, ma lascia nell’ombra la parte più importante: l’esecuzione reale dei contratti e l’impatto effettivo sulla vita delle persone.

Se il nuovo regolamento del 2026 non affronterà con coraggio questi nodi, sarà l’ennesima occasione mancata. E i miliardi di euro degli appalti pubblici continueranno a scorrere in un sistema che sa comunicare la procedura, ma fatica ancora a rendere conto dei risultati.

foto Benoit Bourgeois Copyright: © European Union 2014 – EP