Antidiscriminazione, il Consiglio Ue prende tempo dopo il ritiro della proposta UE.
L’annuncio del ritiro della proposta di direttiva orizzontale antidiscriminazione dal programma di lavoro della Commissione per il 2025 ha riacceso il dibattito politico e istituzionale sull’effettiva volontà dell’Unione europea di contrastare in modo sistemico ogni forma di discriminazione al di là del solo ambito lavorativo. La proposta, presentata nel 2008 e a lungo rimasta bloccata in Consiglio, avrebbe esteso le tutele contro la discriminazione basata su religione, disabilità, età e orientamento sessuale anche ai settori dell’istruzione, dell’alloggio e dell’accesso a beni e servizi.
Il dietrofront della Commissione è stato comunicato ufficialmente al Consiglio il 12 febbraio scorso, il giorno dopo l’inclusione della decisione nel programma annuale dell’Esecutivo europeo. Una mossa che ha sollevato forti critiche da parte di decine di eurodeputati di diversi gruppi politici, che ora chiedono conto della trasparenza del processo e delle responsabilità istituzionali.
A complicare ulteriormente il quadro, il fatto che solo pochi mesi fa – nel giugno 2024 – la presidenza belga del Consiglio aveva presentato un nuovo testo di compromesso, raccogliendo il sostegno della maggioranza degli Stati membri dopo sedici anni di stallo. Un lavoro che, sotto la presidenza attualmente in carica, avrebbe dovuto proseguire tra le priorità.
Secondo quanto riferito dal Consiglio, in attesa che la Commissione formalizzi o meno il ritiro della proposta, il testo rimane tecnicamente oggetto di discussione tra gli Stati membri. L’ultima relazione sullo stato dei lavori, datata maggio 2025, conferma che il dibattito è ancora aperto. Tuttavia, persistono resistenze da parte di alcuni Paesi, tra cui Germania, Italia e Repubblica Ceca, che si oppongono all’approccio orizzontale e alle implicazioni giuridiche della proposta.
Il Consiglio ha ribadito il proprio impegno a favore dell’uguaglianza, come previsto dai trattati, e ha affermato di essere pronto a esaminare eventuali nuove proposte legislative che la Commissione vorrà presentare in futuro per affrontare le discriminazioni in modo più ampio e coerente. Ma resta il fatto che, al momento, l’Europa rischia di rimanere senza uno strumento legislativo unificato in grado di garantire pari trattamento in tutti gli ambiti della vita civile.
Il futuro della direttiva appare dunque incerto, e il rischio è che il ritiro si traduca in un colpo d’arresto per un processo legislativo che ambiva a colmare una delle principali lacune della normativa antidiscriminazione dell’Unione.
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