America’s Cup a Cagliari: la vetrina globale che non ha prodotto impatto economico
Le immagini hanno fatto il giro del mondo. Droni, elicotteri, dirette internazionali, 100 televisioni accreditate. Per qualche giorno Cagliari è diventata Montecarlo , almeno nelle fotografie, almeno ci ha provato. Ma mentre istituzioni e organizzatori celebravano il trionfo, indotti per “50 milioni di euro”, nella città reale, quella fatta di bar, ristoranti e negozi lontani dal waterfront, i conti sono stati ben diversi.
La domanda che nessuno vuole fare ad alta voce è semplice: a chi ha portato soldi, davvero, la 30ª Preliminary Regatta Sardinia? Sulla base di quale analisi (confermata dai risultati) gli esponenti della Giunta Todde hanno potuto arrivare a parlare di 50 milioni di euro di indotto?
I numeri della Regione e quelli di Confcommercio.
La Regione, forse nella disperata necessità di giustificare un importante spendita di denaro pubblico – 7 milioni di euro circa – per una “regata preliminare” che non vale per nessun punteggio o ranking (si è navigato pure con le AC40 al posto delle AC75), parla di “ritorni economici superiori ai 50 milioni di euro”, cifra già dichiarata dall’assessore al Turismo Franco Cuccureddu.
Poi arrivano i dati di Fipe Confcommercio, e il quadro cambia radicalmente. Tra bar, ristoranti e locali, due terzi degli operatori non hanno registrato alcun incremento significativo degli incassi. Solo un terzo ha visto un reale aumento di clientela e movimento. Numeri che raccontano un evento che ha proiettato la città nel circuito internazionale della vela senza però irrorare il tessuto economico urbano nella sua interezza.
Il porto brilla, la città aspetta.
Lo ha ammesso, con franchezza insolita per il linguaggio istituzionale, lo stesso presidente di Confcommercio Emanuele Frongia: “L’evento ha proiettato Cagliari come mai prima d’ora, ma non è riuscito ad agganciare completamente il tessuto economico urbano”.
Traduzione: il pubblico internazionale è arrivato, ha guardato le barche, ha applaudito Luna Rossa, e poi è rimasto nell’area porto. Via Roma , come ammettono gli stessi commercianti , ha visto passare la vetrina. Il resto della città ha visto passare il tempo. Non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera operazione.
La retorica toddeiana del successo e le sue zone d’ombra.
C’è qualcosa di stonato nel coro unanime di soddisfazione che accompagna la chiusura dell’evento. Quando il presidente dell’Adsp Domenico Bagalà dichiara “abbiamo ricevuto messaggi di complimenti da tutta Italia per il porto e per la città”, non si può fare a meno di chiedersi: quale città? Quella del waterfront riqualificato, o quella dei locali deserti a due isolati di distanza?
L’equazione “evento internazionale uguale ricchezza diffusa” non si è verificata. E non è la prima volta che accade con grandi kermesse sportive: il pubblico degli eventi d’élite , quello altospendente che alcuni imprenditori dicono di aver finalmente visto in città , tende a muoversi in circuiti chiusi, tra hospitality riservate, sponsor e village allestiti ad hoc, senza necessariamente riversarsi nell’economia di prossimità.
Il futuro è una cambiale ancora da incassare.
Le istituzioni guardano avanti. Si parla di spostare i traghetti fuori dal centro entro il 2029, di nuovi spazi sul lungomare, di aree verdi e palchi dietro il molo Sabaudo. Si promette che “la passeggiata sul porto continuerà verso la Rinascente”.
Tutto legittimo, tutto auspicabile. Ma nel frattempo, i due terzi di operatori commerciali che questa regata non l’hanno sentita nel registratore di cassa hanno tutto il diritto di chiedere qualcosa di più concreto di una promessa sul waterfront del 2029.
Una vetrina senza clienti non è un successo.
Cagliari capitale del mare, si dice. Benissimo. Ma una capitale del mare che non riesce a trasformare la visibilità globale in economia locale diffusa ha un problema strutturale che nessuna regata, per quanto spettacolare, può risolvere da sola.
Il vero test non sarà la prossima diretta in mondovisione. Sarà capire se, la prossima volta, i tavolini pieni si troveranno solo nell’area eventi , o anche in tutto il resto della città. La risposta, per ora, la conoscono già i commercianti di Cagliari. In viale Trento e in viale Trieste, invece, si vive di retorica.
foto Ricardo Pinto
