Allargamento UE: verrà data la parola ai cittadini europei?
Mentre l’Islanda ha appena dimostrato , con un referendum vero, contato circoscrizione per circoscrizione fino all’ultimo voto . cosa significhi chiedere davvero al popolo cosa pensa del proprio rapporto con l’Unione Europea, a Bruxelles la musica sembra essere tutt’altra.
Lo dimostra l’ennesima interrogazione scritta presentata al Parlamento Europeo, questa volta dall’eurodeputato francese Jean-Paul Garraud (Patrioti per l’Europa), che pone una domanda tanto semplice quanto scomoda: i cittadini europei avranno mai voce in capitolo sull’allargamento dell’Unione, a partire dal caso più delicato di tutti, quello dell’Ucraina?
Nel testo dell’interrogazione Garraud ricorda come l’Unione stia valutando l’adesione di diversi nuovi Paesi, un processo che modificherebbe in profondità gli equilibri istituzionali: il numero di rappresentanti di ciascuno Stato membro al Parlamento Europeo, il peso del voto di ogni Paese nelle decisioni intergovernative, la composizione della Commissione e la ripartizione del bilancio comunitario.
Lo stesso Parlamento Europeo, del resto, riconosce la necessità di una riforma istituzionale significativa prima di procedere a nuovi allargamenti, con particolare attenzione al funzionamento del Consiglio, alla composizione delle istituzioni e ad alcune regole di voto.
Da qui le domande dirette rivolte alla Commissione: se ritenga legittimo che l’Unione possa accogliere nuovi Stati membri e modificare radicalmente il proprio funzionamento senza una consultazione diretta dei cittadini europei; se intenda organizzare una consultazione pubblica a livello UE e raccomandare agli Stati membri di interpellare i propri cittadini prima di ogni riforma istituzionale di rilievo legata all’allargamento; e se, prima di ogni nuova adesione, la Commissione pubblicherà uno studio chiaro sull’impatto per ciascuno Stato membro, in termini di peso decisionale, numero di eurodeputati e contributo al bilancio comunitario.
La risposta della Commissione è arrivata, dopo due mesi: “L’allargamento, si legge nella replica della Commissaria Marta Kos, rappresenterebbe “un investimento geostrategico per la pace, la sicurezza, la stabilità e la prosperità dell’Unione”. Una definizione che poco ha a che vedere con una domanda diretta sulla partecipazione popolare.
Quanto alla legittimità democratica del processo, la Commissione rimanda tutto alla democrazia rappresentativa: “Le decisioni sull’allargamento vengono prese all’unanimità dai rappresentanti degli Stati membri in Consiglio che rappresentano i propri cittadini a livello nazionale ed europeo”, con il necessario consenso del Parlamento Europeo e la ratifica di ogni futuro Trattato di adesione da parte di tutti gli Stati membri”.
Procedure costituzionali che in alcuni casi (se si vuole) possono includere un referendum. secondo le rispettive procedure costituzionali.
Il condizionale, va detto, non è casuale: un eventuale referendum resta cioè un’eventualità residuale, legata alle procedure interne di ciascun Paese, non certo una prassi sistematica prevista da Bruxelles per una decisione di portata storica come l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione.
Nessun accenno, nella risposta della Commissione, a una consultazione popolare europea, né tantomeno all’ipotesi di raccomandare formalmente agli Stati membri di interpellare direttamente i propri cittadini prima di simili riforme istituzionali.
La Commissione si limita infine ad annunciare l’elaborazione di “revisioni politiche pre-allargamento”, parte di un più ampio lavoro volto a garantire che l’Unione sia pronta , politicamente, istituzionalmente e finanziariamente, ad accogliere nuovi membri, ribadendo un generico impegno per “trasparenza, dibattito pubblico e responsabilità democratica”.
Parole che suonano più come una rassicurazione di facciata che come una reale apertura al voto popolare. Mentre gli islandesi hanno potuto esprimersi con una scheda elettorale su un tema che li riguarda direttamente, ai cittadini degli attuali Stati membri dell’Unione , chiamati a farsi carico, anche economicamente, di un allargamento di portata storica come quello ucraino, non resta che affidarsi alla mediazione dei propri governi nazionali. Un cortocircuito democratico che, complice il contrasto plastico con quanto avvenuto a Reykjavík, difficilmente sfuggirà all’attenzione degli osservatori più critici verso Bruxelles.
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