Alfabetizzazione mediatica in Europa: un’illusione di progresso tra milioni spesi e risultati scarsi.
In un mondo digitale che diventa ogni giorno più complesso e manipolatorio, l’alfabetizzazione mediatica – cioè la capacità di cittadini di usare i media in modo consapevole e critico – dovrebbe essere una priorità inderogabile per la difesa della democrazia e la lotta contro la disinformazione. Eppure, nonostante milioni di euro investiti, le iniziative dell’Unione europea finiscono per premiare soprattutto approcci top-down, autoreferenziali e inefficaci, che faticano a raggiungere i giovani e i gruppi più vulnerabili.
L’UE ama sottolineare la centralità dell’alfabetizzazione mediatica e impone agli Stati membri l’obbligo – sancito dalla Direttiva sui servizi di media audiovisivi (AVMSD) – di adottare strategie e relazionare ogni tre anni sui progressi. Peccato che i rapporti mostrino un mosaico disomogeneo: da un lato, pochi Paesi con politiche strutturate e dall’altro, la maggior parte che si limita a qualche sporadica iniziativa frammentaria e insufficiente. Si può davvero parlare di “strategia europea” quando la realtà è questa?
Nel programma 2024-2029 della presidente Ursula von der Leyen, l’alfabetizzazione mediatica viene nuovamente esaltata come arma contro la disinformazione e le interferenze esterne. Ma qui si entra nel campo delle belle intenzioni, più che dei fatti concreti. L’ennesimo “Scudo europeo per la democrazia” suona più come un’iniziativa politica di facciata, incapace di tradursi in azioni di reale impatto sulle persone comuni, specie i giovani. E, se si sommano i milioni di euro elargiti ai media in Europa, il porto franco dell’incoerenza europea e della diffusione dei “doppi standard” sono confermati!
I dati sono impietosi: il 58% degli europei vorrebbe corsi di alfabetizzazione mediatica, ma meno del 10% ha avuto accesso a qualsiasi forma di formazione. Di fatto, gli investimenti si traducono in strumenti, kit e campagne che spesso restano confinati agli ambienti istituzionali o scolastici, senza arrivare a una vera diffusione capillare e inclusiva.
Nel frattempo, il Digital Services Act (DSA) e il Codice di condotta sulla disinformazione – pur con qualche passo avanti – si affidano a colossi come Google, Meta e Microsoft, che più che educare alimentano spesso il problema. L’European Media Freedom Act parla di alfabetizzazione come di una “capacità critica” da sviluppare, ma nella pratica si traduce in mille documenti, linee guida e toolbox spesso pensati più per essere esibiti che per essere efficacemente implementati.
Non si può non notare come anche l’istituzione della European Board for Media Services, nata nel 2024 per sostituire ERGA, rischi di diventare l’ennesimo organismo burocratico che produce rapporti e raccomandazioni senza incidere realmente sul terreno. Le disparità tra Stati membri restano marcate, e in molti casi l’alfabetizzazione mediatica è più una voce nei bilanci che un cambiamento reale nella vita delle persone.
Le risorse dell’UE, spesso canalizzate attraverso programmi come Creative Europe ed Erasmus+, sono destinate a progetti che rischiano di essere sempre più autoreferenziali, selezionati da valutatori lontani dalla realtà educativa e sociale, incapaci di valutare la reale efficacia di iniziative che dovrebbero invece puntare al pensiero critico e alla capacità digitale.
Il ruolo di EDMO, l’Osservatorio europeo dei media digitali, è importante ma limitato. Le sue campagne e linee guida spesso si traducono in attività di nicchia, lontane dall’impatto necessario a livello popolare. E poi ci sono i commedianti, come nel caso di alcune piattaforme “nate e finanziate profumatamente” per attaccare i cosiddetti nemici dell’establishment dell’Ue.
Sul fronte politico, il Parlamento europeo ha emesso risoluzioni e organizzato audizioni pubbliche sull’alfabetizzazione mediatica e la disinformazione. Tuttavia, queste prese di posizione sembrano più espressioni di facciata, visto che le proposte concrete per rafforzare il fact-checking e la responsabilità delle piattaforme social restano al palo o sono diluite da compromessi.
In definitiva, in un contesto digitale che evolve rapidamente e si fa sempre più insidioso, l’UE continua a investire milioni di euro in iniziative top-down che rimangono lontane dai bisogni reali di giovani, anziani e categorie più fragili. Tra toolkit, linee guida e campagne mediatiche, manca una vera strategia capillare e inclusiva che metta al centro le persone e non solo i documenti o le istituzioni.
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