Alessandra Todde: “Non tollero diseguaglianze nell’accesso alle cure”. Come giustificare allora i “buoni (a nulla) servizi sanitari?”
Alessandra Todde sa come si fa un discorso. Lo sa bene. Collegata in videocall all’Assemblea nazionale della Cgil a Roma, la governatrice della Sardegna ha scelto il palcoscenico giusto per pronunciare le parole giuste: “Una delle situazioni che non tollero è la sperequazione tra chi può accedere alle cure e chi invece non riesce a farlo”. Applausi. Commozione. Il diritto alla salute come valore supremo, indipendente dalla disponibilità economica delle famiglie.
Benissimo. Tutto condivisibile. Tutto bellissimo.
Peccato che, mentre la presidente recitava il suo j’accuse contro le ingiustizie sanitarie, la disparità di accesso, la sua maggioranza , e in particolare l’assessora al Lavoro, abbia sostenuto l’impianto dei cosiddetti “Buoni Servizi Sanitari”, accessibile esclusivamente a chi ha un ISEE inferiore a 15.000 euro.
Qualcuno vuole spiegarci come si conciliano le due cose?
Il paradosso del filtro reddituale che cozza con l’universalità dell’accesso alle cure.
Intendiamoci: sostenere le fasce più deboli della popolazione è doveroso, sacrosanto, e nessuno lo mette in discussione. Ma c’è una differenza abissale tra potenziare l’universalità del sistema sanitario e ridefinire l’accesso alle cure in base al reddito, trasformando di fatto la salute in un beneficio selettivo anziché in un diritto garantito a tutti.
Il programma “Buoni Servizi Sanitari”, con la sua soglia ISEE a 15.000 euro, non è una misura universalistica. È esattamente il contrario. È uno strumento che disegna una linea netta tra cittadini di serie A e cittadini di serie B , non in base ai bisogni clinici, ma in base al portafoglio. Chi sta sotto la soglia accede. Chi sta sopra, si arrangia.
E allora viene spontanea una domanda scomoda: non è forse questo il segnale più eloquente di una visione della sanità che universale non è?
Retorica e realtà: un abisso chiamato coerenza.
Todde ha dichiarato che “il diritto alle cure non può dipendere dalla disponibilità economica delle famiglie”. Una frase di cristallina chiarezza. Un principio inattaccabile. Ma se lo stesso principio viene sistematicamente smentito dalle politiche concrete che la sua maggioranza vota e finanzia, allora quella frase non è un impegno politico: è propaganda.
È comodo salire su un palco romano , davanti ai sindacati, davanti alle telecamere, davanti a una platea già convinta , e invocare la giustizia sociale. È molto meno comodo tornare a Cagliari e fare i conti con le proprie contraddizioni.
La governatrice ha parlato di “mobilità passiva inaccessibile perché molte persone non possono sostenere economicamente i costi anticipati”. Giusto. Sacrosanto. Ma questa difficoltà non si ferma a quota 15.000 euro di ISEE. Esiste, eccome, anche a 20.000, a 25.000, a 30.000 euro , in un’isola dove il costo della vita e dell’isolamento geografico pesa come un macigno su una fetta larghissima della popolazione.
Chi tutela quella famiglia sarda con un ISEE da 18.000 euro che non ce la fa ad anticipare le spese per una visita oncologica a Milano? Nessuno. Perché supera la soglia. Perché, evidentemente, non è abbastanza povera per meritare attenzione.
Il vero nodo: la sanità come valore o come welfare residuale?
Questa è la domanda che resta senza risposta presidente Todde. Esiste una differenza fondamentale tra due visioni del sistema sanitario:
La prima è quella universalistica: la salute è un diritto di tutti, il sistema pubblico garantisce cure di qualità a ogni cittadino indipendentemente dal reddito, e gli strumenti di sostegno economico integrano senza sostituire questa garanzia.
La seconda è quella residuale: il sistema pubblico si occupa di alcuni, mentre gli altri si arrangiano con il privato o con i propri risparmi. I “buoni” e i sussidi servono a tamponare le falle, non a colmarle davvero.
Stando ai fatti , non alle parole del videocollegamento , la Sardegna di Todde sembra più orientata verso la seconda visione. E questo è un problema serio, che nessuna retorica progressista può nascondere.
Le parole costano poco.
Alessandra Todde è brava a parlare. Lo è davvero. Sa costruire un discorso, sa trovare il tono giusto, sa intercettare le sensibilità del suo pubblico. Ma la politica si giudica dagli atti, non dai monologhi.
Finché la sua maggioranza continuerà a finanziare programmi sanitari selettivi basati sul reddito, le sue dichiarazioni contro le disuguaglianze nell’accesso alle cure resteranno quello che sono: belle parole pronunciate davanti alla platea sbagliata, nel posto sbagliato, per le ragioni sbagliate.
La sanità universale, presidente, non si predica. Si pratica. Faccia un piacere ai sardi. Sostenga una comunicazione di servizio pubblico sul cosiddetto “percorso di tutela“. Una buona pratica sanitaria sconosciuta ai cittadini sardi… e agli assessori!
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