Agricoltura, i rischi sul lavoro e il “costo umano” nascosto: l’allarme dell’EPRS.
La salute degli agricoltori non è solo una questione individuale: è un tassello centrale della sicurezza alimentare europea. È il messaggio che emerge dal briefing dell’EPRS (il Servizio di ricerca del Parlamento europeo), che mette in luce come infortuni, esposizione a sostanze pericolose, malattie infettive e pressioni psicologiche stiano erodendo produttività, redditività delle aziende e sostenibilità delle comunità rurali.
Secondo l’analisi, gli agricoltori affrontano ogni giorno rischi elevati: incidenti con macchinari e veicoli, cadute dall’alto, annegamenti, elettrocuzioni e traumi legati alla gestione del bestiame. A questi si sommano minacce meno visibili ma altrettanto gravi, come il contatto con agenti biologici (polveri, funghi, zecche, patogeni zoonotici) e l’esposizione ai pesticidi, associata non solo ad avvelenamenti acuti, ma anche a tumori, disturbi neurologici e problemi di salute mentale, inclusi depressione e suicidio.
Particolarmente vulnerabili sono i lavoratori stagionali e migranti: spesso ricevono formazione insufficiente, vivono in condizioni precarie e incontrano ostacoli nell’accesso alle cure sanitarie. In parallelo, stigma culturale e isolamento rendono più difficile chiedere aiuto, soprattutto sul fronte psicologico.
Infortuni: un tasso di mortalità più che doppio rispetto alla media.
Il briefing ricorda che nel 2021 l’agricoltura ha registrato nell’UE 4,5 incidenti mortali ogni 100.000 lavoratori: un livello 2,6 volte superiore alla media degli altri settori (1,8). Il dato, avverte l’EPRS, potrebbe essere sottostimato fino al 40%.
Le principali cause di morte sono gli incidenti con trattori e veicoli agricoli: ribaltamenti, schiacciamenti, cadute in salita o discesa dal mezzo, spesso legati a scarsa visibilità, manutenzione trascurata o comportamenti non sicuri. Altro fronte critico è quello dei macchinari, dove tra i pericoli più seri figurano i crolli delle attrezzature e le lavorazioni con agitatori e botti per liquami. In questi contesti si registrano anche amputazioni e traumi gravi. Le attività in silos e depositi di cereali possono trasformarsi in trappole mortali, per soffocamento o mancanza di ossigeno dovuta a ventilazione insufficiente.
Non meno rischiosa è la gestione del bestiame: incidenti durante la conduzione degli animali, la nascita dei vitelli o le operazioni di carico. La formazione è indicata come necessaria ma non sufficiente: servono anche strutture adeguate e procedure sicure. Sul piano non mortale, gli infortuni comportano giornate di lavoro perse, danni economici e conseguenze durature, fino alla disabilità o all’uscita dal mercato del lavoro. Inoltre, i lavori ripetitivi (semina, raccolto, guida di mezzi) favoriscono problemi muscolo-scheletrici cronici.
Agenti biologici: polveri, muffe, zecche e zoonosi.
Il documento evidenzia come polveri organiche e spore rappresentino un rischio sanitario importante. Le miscele di materiali vegetali, proteine animali, batteri, muffe e micotossine possono causare allergie e patologie respiratorie, dalla rinite alla dermatite. Tra i quadri descritti compaiono la cosiddetta “febbre del contadino” (ODTS), legata all’inalazione di polveri contaminate da muffe, e il “polmone del contadino”, una forma di pneumonite da ipersensibilità che può diventare cronica e lasciare cicatrici irreversibili.
In crescita anche le malattie trasmesse da zecche, come la malattia di Lyme e l’encefalite da zecche. Il briefing segnala inoltre che il cambiamento climatico sta ampliando l’habitat di specie come Hyalomma, vettore della febbre emorragica Crimea-Congo, con una recente espansione verso l’Europa meridionale.
Sul fronte delle zoonosi, l’EPRS richiama il rapporto “One Health” sulle zoonosi, che indica un rischio più elevato di brucellosi per allevatori, macellai, veterinari e lavoratori dei mattatoi nei Paesi endemici. L’analisi cita anche tubercolosi, febbre Q e tetano: quest’ultimo resta un pericolo concreto nelle attività agricole per la diffusione delle spore nel suolo e nel letame, unita alla frequenza di microferite e alle lacune nelle coperture vaccinali, soprattutto tra lavoratori provenienti da Paesi extraeuropei.
Pesticidi: tra intossicazioni acute e rischi cronici.
I pesticidi aumentano le rese, ma espongono gli agricoltori a rischi significativi, specie durante l’applicazione, la manutenzione delle attrezzature e la manipolazione di materiali trattati. Il briefing sottolinea che prassi come il ritardo nel lavarsi o nel cambiarsi dopo il lavoro prolungano l’esposizione; inoltre i residui possono “viaggiare” sugli abiti fino a casa, coinvolgendo anche le famiglie e le comunità vicine.
Le intossicazioni acute possono manifestarsi entro 48 ore con sintomi che vanno da irritazioni a nausea, vomito, crisi convulsive e, nei casi più gravi, morte. Sul lungo periodo, l’esposizione cronica è collegata a disturbi neurologici, deficit cognitivi e rischi per lo sviluppo in età prenatale e infantile, oltre a un’associazione con depressione e suicidio nelle popolazioni agricole. Il documento riporta anche evidenze su patologie neurodegenerative: in Francia, ad esempio, il Parkinson correlato ai pesticidi è riconosciuto come malattia professionale dal 2012. Vengono citati inoltre studi che collegano l’esposizione a un aumento del rischio di alcune forme tumorali (tra cui tumori cerebrali, mieloma multiplo, melanoma e linfoma non-Hodgkin).
Salute mentale: stress, isolamento e rischio suicidario.
Il lavoro agricolo, ricorda l’EPRS, è spesso segnato da incertezza finanziaria e normativa, eventi climatici estremi, volatilità dei mercati, carichi di lavoro elevati e settimane che superano regolarmente le 48 ore. L’isolamento nelle aree rurali e la reticenza a chiedere aiuto — anche per modelli culturali legati alla “resistenza” e al sacrificio, soprattutto tra gli uomini — amplificano il disagio psicologico.
Una comunicazione della Commissione del 2023, citata nel briefing, segnala che in alcuni Stati membri i tassi di suicidio tra agricoltori sono circa il 20% più alti della media nazionale. Particolare attenzione viene dedicata ai lavoratori stagionali e migranti, che spesso operano in ruoli precari, con barriere linguistiche e legali e un accesso limitato alla sanità.
Nel frattempo, nell’ambito della rete UE della PAC è stato creato un gruppo tematico dedicato alla salute mentale delle comunità agricole, che ha sviluppato raccomandazioni e raccolto buone pratiche replicabili. Tra i progetti citati figurano iniziative come SafeHabitus (per migliorare sicurezza e qualità della vita in agricoltura) e FARMRes (orientato a prevenzione, individuazione precoce e supporto immediato).
Cosa fa l’UE: norme generali, poche regole “su misura” per l’agricoltura.
Il briefing sottolinea che l’UE non dispone di una legislazione specifica sulla sicurezza e salute sul lavoro dedicata al settore agricolo. Il riferimento resta la direttiva quadro 89/391/CEE, valida per tutti i settori ma non applicabile ai lavoratori autonomi, una categoria molto diffusa in agricoltura.
La Commissione, con una raccomandazione del 2022, invita gli Stati membri a integrare nelle leggi nazionali elenchi scientificamente riconosciuti di malattie professionali e a prevedere misure preventive e compensazioni. Esiste inoltre una raccomandazione del Consiglio del 2003 che sollecita tutele per i lavoratori autonomi, tenendo conto dei rischi specifici dei settori.
Al Parlamento europeo, il tema è stato affrontato soprattutto nella scorsa legislatura: risoluzioni del 2022 e 2023 hanno chiesto più protezione contro sostanze nocive e stress, una lista minima europea di malattie professionali con criteri armonizzati e misure per ridurre l’uso di pesticidi anche attraverso la PAC, oltre a interventi mirati per la salute mentale nelle aree rurali.
Il quadro che ne emerge è netto: senza un rafforzamento delle tutele e un approccio “One Health” che unisca salute umana, animale e ambientale, i rischi del lavoro agricolo continueranno a pesare non solo sugli addetti ai lavori, ma sull’intera resilienza del sistema alimentare europeo.
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