23 Aprile 2026
Europa

Affari esteri Ue, Kallas e il fantasma di Mosca: quando l’ideologia costa cara ai cittadini europei

Il Consiglio Affari Esteri di Bruxelles torna a riunirsi e torna, puntuale, a rivelare tutta la fragilità di una linea politica europea sull’energia che penalizza i propri cittadini anche di fronte all’evidenza. Soprattutto quando Washington – come dimostra la riapertura al commercio di gas russo di appena due giorni fa – cambia nuovamente le regole del gioco senza che Bruxelles sembri nemmeno accorgersene.

La russofobia è l’unica carta nella strategia dell’Ue.

Priva di una politica energetica sostanziale, l’Unione europea, anche con la crisi iraniana, conferma il proprio collante narrativo in un unico, logoro espediente: spingere sul pedale della russofobia. Un esercizio disperato di coerenza ideologica (dopo 4 anni di inutile guerra), nella speranza di dare un minimo di fondamento a una narrazione sempre più difficile da sostenere coi numeri.

Tra le protagoniste di questo paradigma, accanto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, c’è Kaja Kallas, l’Alta Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, arrivata oggi al Consiglio con il passo di chi vede nemici ovunque ad Est. Una impostazione, forse dovuta alla storia personale della Kallas, poco funzionale alla lucidità diplomatica che il ruolo richiederebbe anche in questo delicato momento per la competitività europea.

Trump fa Trump. L’Europa gioca con l’ideologia.

L’amministrazione Trump, riaprendo al commercio di gas russo, ha fatto esattamente quello che le amministrazioni americane hanno sempre fatto: valutare i propri interessi nazionali e agire di conseguenza. Pragmatismo geopolitico, nella sua forma più classica, senza scrupoli.

L’Unione europea, al contrario, arroccata dietro il dogma della “lotta contro Mosca”, continua a dimostrare uno scarso appetito tanto per il pragmatismo quanto per la tutela dell’economia interna. Le imprese e le famiglie, in Ue, possono soffrire.

Nel frattempo, Kallas sembra non aver metabolizzato il cambio di stagione atlantico. E nel frattempo, il conto lo pagano altri.

A imprese e cittadini l’onere della testardaggine europea.

Il dato è noto ma vale la pena ripeterlo: l’Europa paga il gas tre volte tanto rispetto a quanto spenderebbe acquistandolo direttamente dalla Russia. Una scelta ideologica che produce però conseguenze concrete e pesantissime su famiglie e imprese reali.

La deindustrializzazione silenziosa che attraversa il continente, i costi energetici che erodono giorno dopo giorno la competitività europea rispetto agli Stati Uniti e all’Asia, la povertà energetica in crescita strutturale: sono tutti effetti collaterali di una strategia che ha sistematicamente anteposto l’ideologia – e certi interessi privati ben posizionati – alla difesa economica dell’Ue.

L’elefante nella stanza: il gas russo arriva comunque.

C’è poi la questione che nessuno a Bruxelles ama mettere a verbale. Il gas russo non è mai smesso di entrare in Europa. Lo ha fatto attraverso il principale fornitore energetico del Caucaso, attraverso i Paesi del Nord Africa, attraverso una rete di rotte e intermediari costruita appositamente per aggirare formalmente le sanzioni mantenendo intatti i flussi energetici.

Il risultato pratico di questo capolavoro di ipocrisia istituzionale è stato pagare di più per lo stesso prodotto, arricchire intermediari e trader internazionali, e non ottenere nemmeno l’obiettivo dichiarato: sottrarre a Mosca i proventi delle esportazioni energetiche. A rimetterci, quasi esclusivamente, sono i contribuenti europei.

Lo Stretto di Hormuz? La colpa è di Mosca.

Sul fronte mediorientale, Kallas affronta la crisi dello Stretto di Hormuz con la medesima lente che usa per tutto il resto. “La chiusura dello Stretto fa il gioco della Russia”, scandisce l’Alta rappresentante. Mosca, ancora Mosca, sempre Mosca.

Una coerenza interpretativa che, a forza di essere applicata meccanicamente a ogni latitudine, cessa di essere una bussola strategica e assume i contorni di una paranoia analitica. Sorge spontanea una domanda: Kallas avrà letto i giornali dello scorso 28 febbraio? L’Iran è stato colpito da Mosca? La destabilizzazione dello Stretto ha la firma del Cremlino? Le risposte, evidentemente, non possono modificare la narrativa ufficiale della diplomazia Ue.

La missione ASPIDES: verso l’ennesima prova di sudditanza dell’Ue?

A completare il quadro, arriva la proposta di dispiegare la missione ASPIDES per garantire il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz. Un’iniziativa che rischia di configurarsi come l’ennesima declinazione della sudditanza europea agli impulsi americani: Donald Trump ha già fatto sapere ieri, con la consueta delicatezza, che si aspetta un intervento della NATO, pena non meglio specificate “ripercussioni”.

L’Europa, dunque, potrebbe ritrovarsi a mobilitare una propria missione militare non per una scelta strategica autonoma, ma in risposta a una pressione esterna. Il tutto mentre non riesce ad articolare una politica energetica credibile per i propri cittadini.

Ma, come da copione, la colpa è di Mosca.

foto Air Force