7 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Aeroporto di Cagliari, 30 milioni per non contare nulla non è un grande affare.

Investire 30 milioni di euro nell’aeroporto di Cagliari per ottenere una partecipazione marginale, priva di qualsiasi reale potere di indirizzo, e senza nemmeno la possibilità di nominare un consigliere nel futuro consiglio di amministrazione: è questo il paradosso che si profila all’orizzonte nell’ipotesi di privatizzazione dello scalo di Cagliari-Elmas. Un’operazione che rischia di trasformare un investimento pubblico rilevante in una mera comparsa istituzionale, senza garanzie di controllo, senza voce in capitolo e senza un ritorno strategico per il territorio. Una scelta che solleva più di un interrogativo sulla reale convenienza per la Regione e sull’effettiva tutela dell’interesse pubblico.

E’ questo, probabilmente, il progetto strategico che sta covando (si attende una smentita nel merito) dalle parti di viale Trento e via Oslavia (i maligni potrebbero anche metterci dento Largo Carlo Felice in questa mappatura), sentendo oggi le dichiarazioni della Governatrice “non più decaduta” Alessandra Todde, ritornata oggi proprio sul tema dell’aeroporto di Cagliari-Elmas.

Un “nuovo intervento” poco innovativo e che non modifica, peraltro, la svolta lessicale e politica già anticipata la scorsa estate 2024, quando la presidente aveva parlato per la prima volta di possibilità di aprire il principale scalo della Sardegna all’ingresso degli investitori privati per il superamento della soglia dei 5 milioni di passeggeri.

Nella nota stampa odierna, infatti, la presidente ha citato nuovamente il solito leit motiv, peraltro già ampiamente contestato in passato da alcune associazioni di categoria: il superamento della soglia dei 5 milioni di passeggeri. Un criterio evocato, oggi come ieri, come presupposto quasi tecnico per l’apertura ai capitali privati del principale scalo della Sardegna.

“Quello che noi stiamo cercando di fare, a fronte di una situazione che è già privata per quanto riguarda Olbia e Alghero e che invece è in discussione per quanto riguarda Cagliari — che però, ricordo, ha superato i 5 milioni di passeggeri e quindi ha necessità di aprirsi ai capitali esterni — è far contare la Regione. Cioè fare in modo che la Regione si possa porre con un ruolo forte, con un ruolo che tuteli quello che è il proprio modello economico e il proprio potere negoziale. Quindi stiamo facendo l’operazione inversa: a fronte di un’operazione che già prevede degli aeroporti privati, far contare ancora di più la Regione”, ha dichiarato la presidente.

DIchiarazioni che potrebbero dirla lunga se si pensa ad aziende di gestione aeroportuali “più pesanti” come la SEA di Milano, dove il Comune di Milano detiene il 54,81%. Saranno scemi i lombardi o lo vogliono diventare i sardi?

Un passaggio, quello della Governatrice, che, riflettendo su dinamiche e numeri, suona quindi come l’ennesima inesattezza istituzionale, utile più a indorare una pillola (forse già prescritta) che a chiarire realmente la direzione politica dell’operazione.

Se l’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare il ruolo della Regione, tutelarne il modello economico e il potere negoziale, quale sarebbe la ratio di investire 30 milioni di euro pubblici senza la certezza di ottenere una partecipazione in grado di garantire la nomina di un consigliere nel Cda? Come si può sostenere, allora, che la Regione “vuole contare”?

Quanto al controllo regionale, la critica resta netta, dunque: una partecipazione del 5%, infatti, non garantisce alcun reale potere di indirizzo: “Che la Regione voglia un controllo sull’aeroporto è cosa buona e giusta ma non certo con una quota simbolica. Se la presidenza intende davvero perseguire legalità, trasparenza e buona amministrazione, non ha che da attenersi pedissequamente a quanto indicato dalla Corte dei conti”, dichiara, oggi come lo scorso luglio 2024, Fausto Mura.

Il nodo vero, allora, non sembrerebbe essere il numero dei passeggeri ma la procedura scelta per la cessione delle quote. Una procedura che rischia di aggirare la gara pubblica: l’unico strumento che garantirebbe trasparenza, concorrenza e la possibilità di selezionare il miglior offerente e la migliore proposta industriale.

Tradotto: se proprio si vuole vendere la porta di casa, lo si faccia almeno alle migliori condizioni possibili, invece di puntare ,come ha dichiarato Fausto Mura, alla creazione di “un monopolio privato che oggi può essere italiano e domani cinese”.