Accordo di Parigi, dieci anni dopo pochi progressi reali.
A dieci anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi, il bilancio della diplomazia climatica globale è fatto di passi avanti importanti e di ritardi che continuano a pesare. Dal 2015 a oggi, i Paesi firmatari hanno costruito pezzi decisivi dell’architettura internazionale: è nato nel 2022 un Fondo per “perdite e danni” destinato a sostenere i Paesi più colpiti da disastri climatici; sono state definite le regole per il mercato internazionale del carbonio (Articolo 6); nel 2024 è stato concordato un nuovo obiettivo collettivo sulla finanza climatica; e alla COP30 di novembre 2025 sono stati adottati indicatori per l’adattamento e deciso di triplicare i finanziamenti per l’adattamento.
Eppure – ricorda una indagine di Gregor Erbach e Liselotte Jensen – il cuore del problema resta invariato: le emissioni globali continuano a crescere e l’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5°C appare raggiungibile solo passando da un “overshoot”, un superamento temporaneo della soglia. Ogni frazione di grado, avvertono gli analisti, significa danni maggiori e costi più elevati: per questo la priorità è ridurre al minimo durata e ampiezza del superamento.
La prima “global stocktake” del 2023 – la revisione periodica prevista dall’Accordo per valutare i progressi collettivi – ha chiesto un’accelerazione netta: triplicare la capacità da rinnovabili, raddoppiare il ritmo dei miglioramenti dell’efficienza energetica e avviare l’uscita dai combustibili fossili. Sulla scia di questa revisione, nel 2025 i Paesi hanno presentato la terza tornata di impegni nazionali (NDC). A piena attuazione, queste promesse porterebbero a un aumento medio della temperatura globale attorno a 2,4°C: molto meno rispetto ai 3,5°C stimati prima dell’Accordo di Parigi, ma ancora lontano dal traguardo di “ben sotto i 2°C” e, idealmente, 1,5°C.
Il contesto geopolitico, intanto, complica ulteriormente il percorso. La decisione degli Stati Uniti di uscire dall’Accordo (con effetto dal gennaio 2026) indebolisce la leadership internazionale; una parte consistente dei Paesi non ha aggiornato in tempo i propri impegni; e alla COP30 è stata bloccata una roadmap condivisa per l’eliminazione progressiva dei combustibili fossili. Anche l’Unione europea, tradizionalmente tra i motori della politica climatica globale, ha faticato a costruire coalizioni solide per spingere risultati più ambiziosi.
Non mancano, però, risultati concreti: il “rulebook” dell’Accordo è stato completato in più tappe – da Katowice (COP24) alle regole su trasparenza e Articolo 6 finalizzate a Glasgow (COP26). Nel 2024, alla COP29, è stato fissato un nuovo obiettivo di finanza climatica: almeno 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per sostenere l’azione climatica nei Paesi in via di sviluppo, mentre il dibattito internazionale guarda a mobilitare risorse complessive fino a 1.300 miliardi di dollari nello stesso orizzonte temporale. Alla COP30, oltre all’adattamento, si è acceso anche il tema della disinformazione climatica, indicata come uno degli ostacoli crescenti alla capacità dei governi di agire.
La fotografia che ne emerge è chiara: Parigi ha cambiato la traiettoria del dibattito e ha ridotto la distanza dal baratro, ma non ha ancora prodotto la svolta necessaria. La prossima sfida – tra nuove NDC, finanza, regole di mercato e tensioni geopolitiche – sarà trasformare un sistema di impegni volontari in un’accelerazione reale, prima che l’overshoot diventi un punto di non ritorno.
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