Acciaio verde o greenwashing? Il Parlamento europeo chiede alla Commissione di controllare i giganti dell’acciaio
La decarbonizzazione dell’acciaio è uno dei nodi più difficili della transizione verde europea. E qualcuno comincia a chiedersi se le grandi acciaierie stiano davvero facendo la loro parte , o se si limitino ad annunci ambiziosi senza seguiti concreti.
È la domanda al centro di un’interrogazione scritta presentata all’europarlamentare belga del gruppo S&D Estelle Ceulemans, che punta il dito in particolare su ArcelorMittal: il colosso siderurgico avrebbe ritardato o ridimensionato alcuni progetti di decarbonizzazione in Europa, rimanendo nel frattempo fortemente dipendente da processi produttivi ad alta intensità di carbonio. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni dichiarati dal gruppo, inoltre, non sarebbero allineati agli standard scientifici internazionali.
La domanda dell’esponente di S&D alla Commissione è triplice: come valuta la credibilità dei piani di transizione delle grandi acciaierie? Quali strumenti intende usare per assicurarsi che gli investimenti verdi finanziati con fondi pubblici vengano effettivamente realizzati in Europa? E come pensa di prevenire il rischio di “carbon leakage” , ovvero la delocalizzazione delle produzioni più inquinanti verso paesi con standard ambientali meno stringenti?
La risposta della Commissione.
A rispondere, il 22 giugno 2026, è stato il commissario per il Clima Wopke Hoekstra: “Sul fronte della credibilità dei piani aziendali, la Commissione ha pubblicato uno studio per sviluppare percorsi settoriali di decarbonizzazione coerenti con gli obiettivi della Legge europea sul Clima, incluso il settore dell’acciaio. Questi percorsi potranno fungere da riferimento per valutare quanto i piani di transizione delle imprese siano effettivamente allineati agli obiettivi climatici europei. La Commissione potrà inoltre fornire alle aziende orientamenti settoriali specifici per facilitare l’applicazione degli Standard europei di rendicontazione della sostenibilità”.
Per garantire che i fondi pubblici vengano investiti sul territorio europeo, Hoekstra cita una serie di misure previste dalla comunicazione sul Clean Industrial Deal e dal Piano d’azione per l’acciaio e i metalli: riduzione dei costi energetici, semplificazione delle procedure autorizzative, creazione di mercati pilota per l’acciaio a basse emissioni di carbonio, sviluppo delle competenze e rafforzamento delle catene di approvvigionamento interne. Le regole dell’Innovation Fund prevedono già che i progetti vengano sviluppati e realizzati in Europa. Il proposto Fondo europeo per la competitività potrà includere requisiti di produzione locale o incentivi per le entità dell’Unione, mentre l’Industrial Accelerator Act propone mercati pilota per l’acciaio verde negli appalti pubblici.
Sul fronte del carbon leakage, la Commissione fa leva su due strumenti principali: l’allocazione gratuita mirata nell’ambito del Sistema di scambio delle emissioni (ETS) e il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), che impone un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio da paesi terzi con standard ambientali meno severi. A questi si aggiunge il proposto Fondo temporaneo per la decarbonizzazione e un nuovo sistema tariffario sulle importazioni, con quote ridotte e dazi più elevati per le forniture che superano tali soglie.
La risposta della Commissione fotografa quindi un sistema di strumenti in costruzione, ma non risponde direttamente alla domanda più scomoda: chi verifica che le promesse delle grandi acciaierie siano credibili? E con quali conseguenze, in caso contrario? La revisione del sistema ETS prevista prima dell’estate 2026 sarà un banco di prova importante: dovrà garantire certezza agli investimenti e mantenere segnali di prezzo sufficientemente forti da rendere la decarbonizzazione non solo auspicabile, ma economicamente conveniente. Senza quella leva, il rischio è che i piani verdi restino sulla carta mentre le emissioni continuano a salire.
foto Dire
