Abusi sui minori, la Garante scrive all’arcivescovo Baturi: “Più vigilanza nella Chiesa”.
In Sardegna sono stati censiti 37 casi di abuso negli ultimi cinque anni, con 196 vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dei fatti. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, relativi al periodo 2020-2025: 11 episodi a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro.
I dati dell’Osservatorio, ancora, delineano uno scenario preoccupante anche a livello nazionale: 1.250 casi tra sacerdoti e personale laico collegato, con 4.625 vittime note. L’incidenza dei soli sacerdoti coinvolti – 1.106 su circa 31.000 in attività – raggiunge il 3,57%. Una percentuale altissima, secondo l’Osservatorio, che nasconde un sommerso stimato di 839 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria, spesso a causa dei lunghi tempi dei tribunali canonici che portano alla prescrizione dei reati.
Numeri che questa mattina hanno ispirato la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Puligheddu, mittente di una missiva indirizzata all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, attraverso la quale la Garante ha sollecitato “un autorevole intervento anche in Sardegna” per contrastare un fenomeno “la cui reale dimensione resta in larga parte sommersa”, diversamente dai milioni di euro recentemente “piovuti dal cielo” dalle parti dell’Arcidiocesi di Cagliari.
“La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante: la Chiesa deve intervenire”, afferma Puligheddu. Nella lettera, la Garante sottolinea come “la maggior parte dei casi non venga denunciata, contribuendo a lasciare impuniti gli autori di reati ancora più gravi perché perpetrati da persone che, indossando l’abito talare, dovrebbero essere maggiormente affidabili”.
Il quadro più critico riguarda l’impunità: su 37 casi registrati in Sardegna, 30 appartengono al cosiddetto sommerso. A fronte di quasi duecento vittime note, si contano solo cinque condanne definitive. “La quasi totalità delle vittime non ha ottenuto giustizia né in sede civile né in quella canonica”, evidenzia la Garante, ricordando che per 35 casi su 37 non risulta avviato alcun procedimento ecclesiastico.
Da qui la richiesta di “un atto di coraggio evangelico e civile”: piena e incondizionata collaborazione con la magistratura ordinaria e l’abbandono delle gestioni interne, che “hanno prodotto solo oblio e prescrizione”. “Il tempo del silenzio è finito – scrive Puligheddu – deve cominciare quello della tutela dei minori”.
Dopo secoli di gravi mancanze, per usare un eufemismo, è difficile credere che proprio nel 2026 possa improvvisamente affermarsi un autentico e rinnovato spirito proattivo.
