14 Luglio 2026
Politica

Abusi del clero in Sardegna, la Rete L’Abuso scrive al Consiglio Regionale: “La Chiesa nega i dati, ma i numeri parlano chiaro”.

Una lettera aperta, firmata da sopravvissuti e dalle loro famiglie, indirizzata al presidente del Consiglio Regionale della Sardegna Giampietro Comandini, alla Conferenza Episcopale Sarda e alla Garante dell’infanzia Carla Puligheddu. A scriverla è Francesco Zanardi, 56 anni, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e portavoce della Rete L’Abuso, l’associazione che da quindici anni raccoglie e pubblica i dati sugli abusi del clero in Italia. Il tono è fermo, i numeri sono precisi, la denuncia è pesante.

La guerra sui dati.

Tutto nasce da una vicenda istituzionale che avrebbe dovuto restare nell’alveo della collaborazione civile e si è trasformata in uno scontro. Lo scorso gennaio, la Garante regionale dell’infanzia Carla Puligheddu aveva formalmente invitato la Conferenza Episcopale Sarda a collaborare con la magistratura per la tutela delle vittime di abusi commessi da membri del clero. Quarantotto giorni dopo, la risposta della CES è arrivata con una contestazione: i dati citati dalla Garante sarebbero “numeri senza nessun reale fondamento”.

Peccato che quei numeri provenissero direttamente dall’Osservatorio di Rete L’Abuso, pubblicati online il 24 ottobre 2025. E che gli stessi dati, incrociati con quelli dichiarati nel tempo dalla CEI stessa, raccontino una storia difficile da smentire.

I numeri che la Chiesa non vuole vedere.

Zanardi ricostruisce nella lettera una cronologia impietosa delle dichiarazioni ufficiali della CEI: 100 casi dichiarati tra il 2000 e il 2010, altri 100 nella sola diocesi di Bolzano, 613 casi annunciati nel 2022 dal presidente Zuppi, poi 68 casi nel biennio 2020-2021, 32 nel 2022, 69 nel 2024, altri 30 ancora da Bolzano. Il totale dichiarato dalla stessa Chiesa ammonta a 1.053 casi dal 2000 ad oggi. Il database pubblico di Rete L’Abuso ne conta 1.156, una lieve sottostima, sostiene l’associazione, non una cifra gonfiata.

Ma il problema non è solo quantitativo. I dati della CEI, denuncia Zanardi, sono “incompleti”: mancano la localizzazione geografica dei casi, i nomi degli autori, i provvedimenti adottati dalla Chiesa, la collocazione attuale degli abusatori e le forme di sostegno alle vittime. Lacune che l’associazione ha cercato di colmare in quindici anni di lavoro, grazie alle testimonianze dirette dei sopravvissuti.

I casi sardi e il silenzio delle istituzioni.

La lettera segnala due casi concreti di abuso avvenuti in Sardegna. In uno, la vittima non se la sente ancora di sporgere denuncia. Nell’altro, il reato è già prescritto secondo la legge italiana. Due situazioni emblematiche dell’inadeguatezza del sistema di tutela attuale, e una domanda diretta, rivolta ai “professionisti formati e competenti” di cui la Chiesa si vanta: cosa si fa, concretamente, in casi come questi?

La risposta, al momento, è il silenzio.

Il Consiglio Regionale che si schiera dalla parte sbagliata.

Tra le critiche più dure della lettera c’è quella rivolta al Consiglio Regionale della Sardegna, accusato di essersi schierato con la CES contro la Garante Puligheddu, “ignorando gravemente la realtà dei fatti e dei numeri” e impedendo alle istituzioni civili ed ecclesiastiche di favorire interventi adeguati di tutela. Una presa di posizione che Zanardi definisce una “strumentalizzazione” ai danni dei sopravvissuti sardi e delle loro famiglie.

Nell’occasione, vale la pena ricordarlo, il consumato politico del PD regionale aveva dichiarato che “pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa”.

L’Italia fanalino di coda, mentre l’Europa si organizza.

Il quadro internazionale non lascia spazio a ottimismi. Il Comitato ONU per i diritti dell’infanzia ha espresso preoccupazione per l’Italia, raccomandando l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente, l’obbligo di denuncia per tutto il personale religioso e la modifica dei Patti Lateranensi per rimuovere gli ostacoli ai procedimenti penali contro i religiosi. La Commissione Pontificia per la tutela dei minori, nel suo ultimo rapporto, ha collocato la Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo posto in materia di tutela dei minori.

Nel frattempo, Francia, Belgio e Spagna hanno già istituito commissioni indipendenti di inchiesta. La Francia, che conta 21.000 sacerdoti contro i 31.000 italiani, ha censito 3.000 preti pedofili e 330.000 vittime. L’Italia non ha ancora una commissione d’inchiesta. Quella annunciata dal cardinale Zuppi nel 2022 non ha mai prodotto risultati pubblici.

La lettera si chiude con un appello alla ragione istituzionale: riaprire il dialogo, riconoscere i dati, tutelare davvero le vittime. Non con gli sportelli diocesani, giudicati insufficienti, ma con risarcimenti concreti e misure che impediscano agli abusatori condannati di tornare a contatto con i minori. Cosa che, secondo Zanardi, accade ancora oggi. Anche in Sardegna.