Aborto, “My Voice, My Choice”: la Commissione Ue dice no alle norme proposte dai cittadini europei
La Commissione europea ha respinto la richiesta di proporre una nuova legislazione sull’accesso all’aborto sicuro avanzata dall’Iniziativa dei cittadini europei “My Voice My Choice: For Safe and Accessible Abortion”. Nella Comunicazione adottata oggi, l’esecutivo comunitario ha chiarito che non presenterà alcun nuovo strumento giuridico, ritenendo sufficienti i meccanismi già esistenti.
L’Iniziativa dei cittadini europei, introdotta con il Trattato di Lisbona, consente a un milione di cittadini provenienti da almeno sette Stati membri di invitare la Commissione a proporre atti legislativi in settori di sua competenza. Dal 2012 sono state registrate 127 iniziative; 14 hanno superato la soglia del milione di firme.
Si tratta della dodicesima iniziativa, dal 2012 a oggi, a ricevere una risposta formale da parte della Commissione.
“My Voice, My Choice”, presentata il 1° settembre 2025 con oltre 1,1 milioni di sottoscrizioni, chiedeva un sostegno finanziario europeo agli Stati disponibili a garantire l’accesso all’aborto sicuro e legale anche per le donne provenienti da Paesi dove tale accesso è limitato.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, in Europa si registrano ogni anno circa 483 mila aborti non sicuri. Un fenomeno che rappresenta un problema di sanità pubblica, con possibili conseguenze fisiche e psicologiche gravi per le donne.
Pur riconoscendo la rilevanza del tema, Bruxelles ha richiamato i limiti delle competenze dell’Unione in materia sanitaria. In base ai Trattati, l’organizzazione dei servizi sanitari e la definizione delle politiche in materia di salute restano prerogative degli Stati membri. L’Ue può sostenere e coordinare, ma non imporre interventi normativi in questo ambito.
Per questo motivo la Commissione ha escluso la necessità di una nuova legge europea. Gli Stati, si legge nel documento, possono già utilizzare strumenti esistenti per migliorare l’accesso ai servizi sanitari legali e accessibili, compresi quelli relativi all’interruzione volontaria di gravidanza laddove prevista dalle normative nazionali.
In particolare, Bruxelles indica il Fondo sociale europeo Plus (Fse+) come possibile canale di finanziamento. I Paesi che lo ritengano opportuno possono destinare o riallocare risorse dei propri programmi Fse+ per facilitare l’accesso a servizi di aborto sicuri e legali, nel rispetto delle leggi interne. Resta quindi piena autonomia agli Stati sulle modalità e sulle condizioni di accesso.
Oltre al danno la beffa: le dichiarazioni incongruenti della Commissione UE.
“Dietro ogni aborto non sicuro c’è una donna costretta a rischiare la propria vita perché non ha un’alternativa sicura. Nessun sostegno. Nessuna protezione. ‘My Voice, My Choice’ ha dato voce a oltre un milione di persone che rifiutano di accettare questa realtà. Chiedono un’assistenza sanitaria sicura e accessibile, soprattutto per le donne nelle situazioni più vulnerabili. Stiamo rispondendo a questo appello per rafforzare la salute e i diritti delle donne in tutta Europa, compresi i diritti sessuali e riproduttivi. Sicurezza e libertà non devono mai dipendere dal luogo in cui vivi o dal tuo reddito. Questa è l’Europa dell’uguaglianza in cui vogliamo vivere”, ha dichiarato nel merito la commissaria europea per l’Uguaglianza, la Preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib.
Ma alla luce della decisione della Commissione europea di non proporre alcuna nuova iniziativa legislativa sull’accesso all’aborto sicuro, le dichiarazioni della commissaria non appaiono coerenti. L’esecutivo Ue ha infatti escluso nuovi strumenti normativi, limitandosi a richiamare la possibilità per gli Stati membri di utilizzare fondi già esistenti, su base volontaria e nel rispetto delle legislazioni nazionali.
Se da un lato il messaggio politico richiama un’Europa dell’uguaglianza e dei diritti, dall’altro la scelta di non intervenire con nuove misure vincolanti lascia intatto l’attuale quadro, in cui l’accesso ai servizi per l’interruzione di gravidanza continua a dipendere dalle decisioni dei singoli Stati. Una distanza tra parole e strumenti che apre inevitabilmente un interrogativo sulla portata concreta dell’impegno annunciato.
