3 Novembre 2026
Europa

Istituzioni europee e “consultazioni democratiche”: a cosa servono se il dissenso non passa il filtro?

Le istituzioni europee amano consultare i cittadini. Sondaggi, questionari, piattaforme partecipative: ogni anno ne nascono decine, con titoli rassicuranti e promesse di ascolto, con tanto di programmi milionari e “spese pazze” per far partecipare i cittadini “alla costruzione delle politiche europee”. Ma a cosa servono, se chi risponde non è libero di dissentire davvero? E se il risultato finale rischia di essere una collezione di contributi già ripuliti da ogni nota stonata?

L’esperimento fatto da Sardegnagol sulla piattaforma del Consiglio d’Europa

Per averne una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, abbiamo provato a partecipare. Una precisazione, prima di tutto: non parliamo del trilogo dell’Unione europea in senso stretto, ma del Consiglio d’Europa, organizzazione distinta (da non confondere con il Consiglio europeo). Il suo questionario “Your voice for democracy” è aperto ai cittadini dei 46 Stati membri e resta aperto fino al 12 novembre. La domanda è semplice e ambiziosa: “Cosa dovrebbe cambiare affinché la democrazia funzioni meglio?” e che dovrebbe dare un contributo ai documenti finali del Patto democratico, attesi nel 2027, che serviranno da base ai decisori politici.

Abbiamo risposto con convinzione. Il nostro contributo, in inglese, chiedeva “le dimissioni di Ursula von der Leyen” definendo “l’Ue poco più di un bancomat privo di sostanza”. A motivarlo, gli scandali, politiche sempre più orientate alla guerra e alla perdita di competitività dell’industria europea, bandi europei sempre più inaccessibili e un clima di pregiudizio verso chi, pur operando nella società civile, non crede più al “mondo edulcorato di Bruxelles”.

La risposta dei censori europei.

Due giorni dopo è arrivata la risposta della piattaforma, comunicando che “il contributo non rispetta le regole di moderazione e non può essere pubblicato”. Il motivo, spiegato nel messaggio, è che la piattaforma, “indipendente e non partigiana”, non pubblica soluzioni che promuovono o denigrano partiti o figure politiche e pubbliche. Ci è stato, dunque, suggerito di dare un altro contributo.

Si può obiettare che la regola sia ragionevole e che valga per tutti. In effetti, per come è scritta, vieta tanto gli elogi quanto gli attacchi. Ma la domanda che poniamo è un’altra. In una consultazione sulla salute della democrazia, la critica a chi detiene il potere è una deviazione dal tema o è il tema stesso? Chiedere “cosa deve cambiare” e poi non accettare di nominare chi, secondo il cittadino, dovrebbe cambiare, equivale a chiedere un parere con la condizione di non dirlo davvero.

C’è poi una questione di metodo. Chi decide cosa sia “denigrare” e cosa sia “critica politica legittima?”. Dire che una commissaria dovrebbe dimettersi è un giudizio politico, non un insulto. E una piattaforma che filtra le risposte prima della pubblicazione finisce per orientare, anche senza volerlo, il quadro che emerge: proposte astratte e consensuali.

Se il dissenso più netto, quello che nomina i responsabili, non entra nei risultati, i risultati misurano il consenso dei già convinti, non lo stato della democrazia. E le istituzioni che li citano per legittimare le proprie scelte dovrebbero dirlo con onestà: non sono la voce dei cittadini, ma quella dei cittadini disposti a esprimersi nei toni consentiti.

Una democrazia – decisamente l’Ue ha perso molto in due mandati von der Leyen – che teme di leggere ciò che i cittadini pensano davvero dei suoi dirigenti ha già un problema da risolvere. E forse è proprio quello che il questionario chiedeva di indicare.

foto Tumisu from Pixabay.com