27 Ottobre 2026
Politica

“Quinta legge elettorale in meno di trent’anni”: la segretaria dei Rossomori, Lucia Chessa, attacca il “Melonellum”

Una requisitoria a mezzo social contro la nuova legge elettorale e, insieme, contro l’intera stagione delle riforme del voto aperta nei primi anni Novanta. A firmarla è Lucia Chessa, segretaria nazionale dei Rossomori de Sardigna, che in un lungo intervento definisce il cosiddetto Stabilicum, ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, l’ultimo anello di una catena di norme pensate per “ridurre la rappresentanza dei cittadini” e “blindare chi già detiene il potere”.

Nel suo ragionamento, Chessa sostiene che si tratti di una azione mirata al “suicidio del parlamento” e a dare “il colpo di grazia” a una democrazia già fragile. Il bersaglio non è un solo schieramento: la continuità, dice, è “vergognosa” e vede complici “indistinti la destra e la sedicente sinistra”. Gli strumenti sono sempre gli stessi: premi di maggioranza, soglie di sbarramento, raccolte di firme eccessive, assenza di preferenze, collegi ridisegnati sondaggi alla mano.

Trent’anni di leggi.

La segretaria ripercorre la storia: dal Mattarellum, che nei primi anni Novanta archiviò il proporzionale del dopoguerra, al Porcellum, definito così dal suo stesso firmatario Roberto Calderoli e poi dichiarato incostituzionale dalla Consulta dopo tre elezioni (2006, 2008, 2013) -meglio tardi che mai -, fino all’Italicum di Matteo Renzi, bocciato in parte dalla Corte nel 2016, e al Rosatellum, approvato con voto di fiducia sotto il governo Gentiloni. Il paradosso istituzionale del Porcellum, sottolinea, è stato “un vortice” mai sufficientemente discusso: giudici costituzionali, presidente della Repubblica e parlamento chiamati a decidere sulla legge elettorale erano tutti stati scelti, direttamente o indirettamente, da un parlamento eletto con una legge poi dichiarata incostituzionale. Molti protagonisti di quella stagione, osserva Chessa, “siedono tranquilli ed impuniti” nelle istituzioni.

Il premio e le preferenze.

Sul Melonellum Chessa riconosce che non è la peggiore tra le leggi degli ultimi trent’anni, almeno su due fronti. Il premio di maggioranza scatta al 42% e vale 70 deputati e 35 senatori, con un tetto del 55% dei seggi: un freno che, osserva, impedisce alla maggioranza di eleggere da sola i giudici costituzionali e il capo dello Stato. Il Porcellum non aveva soglie, l’Italicum si fermava al 40% con ballottaggio, la legge regionale sarda assegna il premio già al 25%. Quanto alle preferenze, restano bloccati solo i capilista: dal secondo candidato l’elettore può scegliere, con la possibilità di eleggere con preferenza il 20-30% dei parlamentari. Per Chessa non è molto, “ma è sempre meglio di zero”. E proprio per questo definisce una delle “immagini più vergognose” della sinistra quella dei banchi del campo largo che esultavano alla Camera per l’affossamento dell’emendamento meloniano che reintroduceva, in parte, le preferenze, poi tornate con il passaggio al Senato.

Il passaggio più duro riguarda , inoltre, la raccolta firme per presentare le liste, inserita all’ultimo momento al Senato prima del voto di fiducia. I partiti già rappresentati in parlamento ne sono esentati, gli altri no. Fino a oggi, scrive la segretaria dei Rossomori, ne servivano tra 1.500 e 2.000 per collegio, da ora saranno 6.000. Per Chessa è una norma “perfida” e “ferocemente autoritaria” che esclude di fatto la possibilità che “soggetti nuovi, freschi” possano competere, e la paragona a quanto già avviene a livello regionale anche in Sardegna.

Chessa contesta anche l’obbligo, previsto dalla legge, di indicare il nome del capo del governo in caso di vittoria: una scorciatoia, a suo giudizio, per introdurre di fatto il premierato senza passare da una riforma costituzionale e da un nuovo referendum, dopo la sconfitta rimediata su quello sulla giustizia. La definisce “una promessa elettorale impossibile da mantenere” e prevede che la Corte costituzionale “non avrà difficoltà a rilevarne l’illegittimità”, ricordando che la maggioranza spera di andare al voto prima del suo pronunciamento. Un precedente, aggiunge, c’è anche a sinistra: il “Veltroni Presidente” del 2008.

Il giudizio sull’attuale classe politica, dunque, è severo resta severo: da una parte “una maggioranza di impresentabili” guidata da “un’equilibrista senza pari”, dall’altra un’opposizione che, “visti i precedenti”, non avrebbe “le carte in regola” per contestare in modo credibile la nuova legge. La speranza, secondo la segretaria dei Rossomori de Sardigna, è affidata al civismo e ai comitati che hanno presentato ricorsi. Se il voto arrivasse prima di un pronunciamento della Consulta e le alternative fossero soltanto questo centrodestra e questo centrosinistra, la sua indicazione è netta: “non l’astensione, ma tante schede bianche e nulle”.

Una indicazione, pensando ai potenziali nomi della “squadra parlametnare sarda” per le prossime Politiche 2027, da non trascurare!

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