18 Settembre 2026
Europa

Marocco-UE: da Ceuta a un nuovo patto sulla migrazione, la proposta del “fondo diaspora”

Un policy paper firmato dalla ricercatrice Hakima Elhaite e da Anis H. Bajrektarevic rilancia una proposta che punta a cambiare paradigma nella gestione dei flussi migratori tra Marocco e Unione Europea: non più solo controllo delle frontiere, ma un fondo dedicato a canalizzare i capitali della diaspora marocchina verso lo sviluppo delle regioni di partenza.

Il punto di partenza: la sicurezza non basta.

Secondo gli autori, l’approccio finora prevalente , centrato sulla sicurezza dei confini , ha mostrato tutti i suoi limiti. Tra il 2001 e il 2019 l’UE ha destinato al Marocco almeno 215 milioni di euro per progetti di sicurezza di frontiera, cifra salita ulteriormente con 140 milioni nel solo 2018, 222 milioni tra il 2021 e il 2024 e altri 190 milioni previsti entro il 2027: complessivamente, più di un miliardo di euro di fondi europei e spagnoli per il controllo delle frontiere entro il 2027. Una strategia che, notano gli autori, cura il sintomo e non la causa e che lo stesso ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita ha criticato pubblicamente già dal 2018, rifiutando il ruolo di “guardia di frontiera” esternalizzata dell’Europa.

Sul fronte interno, il re Mohammed VI ha definito “inaccettabile” il fatto che gli investimenti della diaspora rappresentino solo il 10% degli investimenti privati nazionali, nonostante le rimesse abbiano superato gli 11,7 miliardi di dollari nel 2024, oltre l’8% del PIL marocchino.

Ceuta, luglio 2026: una crisi a responsabilità condivise.

Il paper dedica ampio spazio alla crisi di Ceuta del 30-31 luglio 2026, giorno della Festa del Trono, quando tra 60.000 e 80.000 persone hanno attraversato il confine, con un bilancio umano drammatico: le prime stime di Reuters e Associated Press parlavano di 34-41 morti, poi rivisto al rialzo a oltre 111.

Gli autori insistono su un punto: non ci sarebbe un colpevole unico, ma un intreccio di fattori. Da un lato una sentenza della Corte Suprema spagnola dell’8 luglio 2026, la cui interpretazione sarebbe stata distorta da reti di disinformazione e traffico di persone, unita a una straordinaria ondata di regolarizzazioni in Spagna, oltre un milione di domande entro fine giugno 2026, che avrebbe aumentato l’attrattiva del paese, e ad allarmi di intelligence pre-crisi la cui gestione da parte del governo spagnolo resta contestata. Dal lato marocchino, invece, si segnala un dispiegamento di sicurezza definito “più leggero del solito” da un rapporto della polizia spagnola (CENIF), anche se lo stesso Ministero dell’Interno spagnolo non ha voluto trarre conclusioni definitive su chi vi fosse dietro alla vicenda.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha escluso un coinvolgimento deliberato di Rabat, attribuendo l’episodio a disinformazione e reti criminali. Alcuni osservatori hanno notato che la crisi è arrivata dieci giorni dopo la sua visita ad Algeri per la normalizzazione dei rapporti con l’Algeria, una coincidenza temporale ritenuta significativa da alcuni commentatori, senza però prove di un nesso causale.

A livello europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha espresso pieno sostegno alla Spagna proponendo più fondi per il Marocco, ma la crisi ha anche spaccato gli Stati membri: 22 Paesi, guidati da Italia e Danimarca, hanno chiesto una riunione d’emergenza dei ministri dell’Interno, in quello che il paper definisce il primo vero test del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Il vero problema: un Marocco stabile ma senza sbocchi per i giovani.

Un punto centrale della tesi: il Marocco non è un paese in guerra né in collasso istituzionale. La sua migrazione sarebbe “di aspirazione”, non di fuga , il prodotto di una gioventù istruita e connessa che si scontra con un mercato del lavoro incapace di assorbirla. I dati dell’Alto Commissariato al Piano (HCP) marocchino sono eloquenti: disoccupazione al 13% a livello nazionale nel 2025, ma al 38,4% tra i 15-24 anni e al 25,7% tra i laureati.

Da qui, gli autori propongono una politica di “trattenimento” dei giovani basata su più fronti che si rafforzano a vicenda: investimenti produttivi mirati sulle vere zone di emigrazione , il Rif, Al Hoceima, Nador, il Sud-Est, piuttosto che sull’asse Casablanca-Tangeri-Rabat che concentra già gran parte delle risorse; la costruzione di polmoni industriali e tecnologici legati ai bisogni reali dell’economia marocchina, e non a progetti-vetrina pensati per soddisfare gli indicatori dei donatori internazionali; il coinvolgimento della diaspora come veicolo di competenze e mentorship, attraverso programmi di ritorno temporaneo di professionisti, sempre come complemento e non come sostituto dell’investimento finanziario; e infine una riforma del rapporto tra formazione e lavoro, perché il problema marocchino, spiegano gli autori, non è solo quantitativo , il numero di posti , ma qualitativo, cioè il disallineamento tra le competenze prodotte dal sistema educativo e quelle richieste dal mercato.

La proposta: un “Fondo Diaspora per i Marocchini all’Estero” (MDM).

Il cuore del paper è la proposta di un Fonds Diaspora pour les Marocains du Monde (MDM), ispirato al concetto di “Diaspora Hedge Fund” elaborato da Bajrektarevic negli anni ’90, durante la sua attività all’ICMPD di Vienna, e più in generale alla tradizione dei “diaspora bond” già testati da Israele, Etiopia e Nigeria.

L’obiettivo non è dirottare le rimesse dal loro ruolo sociale , istruzione, salute, casa , ma creare canali aggiuntivi per trasformare parte del risparmio della diaspora in investimento produttivo bancabile, attraverso tre pilastri istituzionali: garanzie sovrane dello Stato marocchino, coinvolgimento di banche multilaterali di sviluppo e veicoli finanziari dedicati.

Perché il fondo funzioni senza ripetere le debolezze degli strumenti di sviluppo convenzionali, gli autori insistono su alcune condizioni che si tengono insieme: una regionalizzazione che punti sulle reali aree di partenza e non sull’intero territorio nazionale in modo indifferenziato; una co-governance locale che coinvolga attori credibili sul terreno, autorità locali, cooperative, associazioni imprenditoriali regionali, piuttosto che soltanto banche e amministrazione centrale, per evitare che il fondo venga catturato da élite già ben connesse; una logica di complementarità e non di sostituzione rispetto alle rimesse esistenti; e infine un’integrazione diplomatica che faccia del fondo uno strumento tra altri all’interno del partenariato strategico più ampio, e non l’unica vetrina o il simbolo politico del dossier migratorio, un peso che nessuno strumento finanziario potrebbe sostenere da solo.

Cosa dovrebbe fare l’Europa.

Il paper chiede all’UE di andare oltre i finanziamenti puntuali, con impegni più strutturali: una mobilità legale reciproca, con quote di lavoro strutturate sia stagionali che qualificate, sul modello di programmi già sperimentati dalla Spagna nel settore agricolo; uno status avanzato UE-Marocco davvero rafforzato, che copra accesso al mercato, ricerca e istruzione, e che sia finalmente scollegato dagli alti e bassi diplomatici legati al Sahara Occidentale; e investimenti europei diretti nelle regioni di emigrazione marocchine, in partnership con le imprese locali, invece che canalizzati esclusivamente tramite donatori multilaterali lontani dal terreno.

Il messaggio finale del paper è che nessun accordo migratorio potrà resistere alla prossima crisi se non riconosce il valore geopolitico , non solo operativo , della cooperazione marocchina, e se Rabat continuerà a essere trattato come un semplice “contraente” per il controllo delle frontiere piuttosto che come partner con voce in capitolo. Il successo, scrivono gli autori, si misurerà non dai capitali mobilitati, ma dal numero di giovani marocchini che troveranno un futuro dove sono nati , senza che questo richieda, ogni volta, una concessione diplomatica estorta sotto la pressione di una crisi di frontiera.

foto Hans-Juergen Weinhardt da Pixabay.com