70mila italiani nel Golfo in guerra: la Farnesina lavora, la presidente Todde telefona. Il federalismo dell’emergenza non esiste
Settantamila italiani bloccati in una regione in guerra, aeroporti paralizzati, lo Stretto di Hormuz chiuso, voli charter da organizzare, studenti minorenni da rimpatriare, una Task Force di 50 persone alla Farnesina operativa h24. In questo scenario da stato di emergenza, con il ministro Tajani che ammette pubblicamente che “i numeri sono talmente alti che è difficile risolvere i problemi di tutti”, la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha pensato bene di mettersi in contatto direttamente con gli ambasciatori italiani in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti per informarsi sulle condizioni dei “concittadini sardi”.
Una mossa che fa sorgere una domanda semplice, forse persino banale: i sardi non sono italiani?
La Farnesina sommersa, Todde chiama gli ambasciatori.
Mentre la macchina consolare italiana è impegnata in una delle operazioni di assistenza ai connazionali più complesse degli ultimi decenni, voli charter dall’Oman, pullman verso il confine emiratino-omanita, desk di supporto in ogni aeroporto della regione, linee di emergenza aggiunte a Dubai, gli ambasciatori italiani nel Golfo si sono trovati a dover rispondere anche alle telefonate della presidente di una regione italiana.
Non di un governo nazionale straniero. Non di un’organizzazione internazionale. Di una presidente di regione.
Il messaggio implicito è curioso quanto involontariamente rivelatore: i cittadini sardi che si trovano in Qatar o negli Emirati sarebbero una categoria a parte, che richiede un canale diplomatico autonomo rispetto a quello utilizzato per i restanti sessantamila italiani nella stessa situazione? Hanno forse bisogno di un’assistenza consolare separata? Di un volo charter dedicato con scritto “solo sardi” sulla fiancata?
Buone intenzioni, pessimo tempismo.
Sia chiaro: l’intenzione di Todde è comprensibile e probabilmente genuina. Mostrare vicinanza ai propri concittadini in difficoltà è un impulso politico e umano legittimo. Il problema è il metodo scelto e il momento in cui è stato esercitato.
Chiamare gli ambasciatori italiani, già sommersi da decine di migliaia di richieste di assistenza, già impegnati a gestire crisi diplomatiche in una zona di guerra attiva, già in coordinamento costante con la Farnesina, con l’UE e con le autorità locali, per chiedere notizie sui sardi specificamente, significa di fatto aggiungere rumore a un sistema già sotto pressione estrema. Significa occupare linee e attenzione diplomatica per una funzione che esiste già e funziona già: si chiama consolato italiano, ed è lì per assistere tutti i cittadini italiani, sardi compresi.
Il federalismo dell’emergenza non esiste.
C’è un principio elementare nella gestione delle crisi internazionali: la catena di comando deve essere unica, chiara e non intasata da interlocutori non necessari. In una situazione in cui settantamila italiani attendono di sapere quando e come potranno tornare a casa, l’ultimo bisogno degli ambasciatori è ricevere telefonate di rappresentanti regionali che chiedono aggiornamenti separati per i propri elettori.
La Regione Sardegna ha “ribadito la propria disponibilità a fare tutto ciò che è possibile per facilitare il rientro in sicurezza dei concittadini”. Benissimo. Ma cosa può fare concretamente una regione italiana in una crisi diplomatica internazionale che coinvolge zone di guerra nel Golfo Persico? La risposta onesta è: quasi nulla. Perché la politica estera, la protezione consolare e la gestione delle emergenze internazionali sono competenze dello Stato nazionale. Si fa allora la solita “propaganda sul pezzo?”.
Una foto di comunicazione politica in un momento sbagliato.
Al netto di tutto, quello di Todde appare soprattutto un esercizio di comunicazione politica: dimostrare all’elettorato sardo di essere presente, attiva, vicina. Un obiettivo comprensibile in tempi normali. In tempi di crisi acuta, con gli ambasciatori italiani che lavorano senza sosta per rimpatriare decine di migliaia di connazionali, suona come qualcuno che entra in un pronto soccorso da codice rosso per chiedere al medico di turno come stia andando con i pazienti della propria città.
I sardi bloccati in Qatar e negli Emirati sono italiani. Verranno assistiti come italiani. Torneranno a casa come italiani. Esattamente come i lombardi, i siciliani, i veneti e i calabresi nella stessa situazione.
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