15 Agosto 2026
Politica

2 giugno, Mattarella e i giovani: “Il distacco dalle istituzioni non è colpa loro”. Ma chi deve dare l’esempio?

“Non ho mai pensato, mi rifiuto di considerare attendibili le affermazioni che attribuiscono ai giovani la scarsa partecipazione”. Con queste parole il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto, nel giorno dell’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana.

Il Capo dello Stato ha individuato nella mancanza di confronto ravvicinato tra cittadini e istituzioni la causa principale della disaffezione politica dei giovani. Non propaganda dall’alto, dunque, ma dialogo reale, capillare, sui temi del Paese e dei territori. “Questa mancanza di occasioni che consentono scambio di informazioni, scambio di esigenze, sottolineatura di problemi e di necessità”, ha spiegato Mattarella, “è quello che fa avvertire, particolarmente ai giovani, il distacco dalla vita istituzionale e quindi non incoraggia la partecipazione”.

Una lettura generosa verso le nuove generazioni, e non priva di fondamento. I giovani, ha aggiunto il presidente, “avvertono di più ed esprimono in misura maggiore il disagio per il distacco che si avverte rispetto alla vita delle istituzioni”, quasi a dire che la loro lontananza dalle urne è una forma di lucidità, prima ancora che di rassegnazione.

Chi dovrebbe dare l’esempio?

Le parole del Presidente sono dignitose e sincere. Ma rischiano di fermarsi a metà strada, se non si ha il coraggio di chiedersi da dove viene davvero quel distacco che Mattarella giustamente denuncia.

Perché i giovani si allontanano dalle istituzioni? La risposta più comoda è quella che indica la mancanza di occasioni di confronto, la distanza fisica e culturale tra palazzo e strada. Ma c’è una risposta più scomoda, che nessuna celebrazione del 2 giugno sembra disposta ad affrontare: i giovani guardano chi li precede. E quello che vedono non li incoraggia, non li spinge verso modelli virtuosi.

Vedono una classe dirigente , politica, istituzionale, sindacale e associativa che da decenni perpetua rendite di posizione costruite nel dopoguerra e mai messe seriamente in discussione. Vedono bilanci pubblici che ad ogni assestamento e ad ogni manovra finanziaria distribuiscono risorse non secondo criteri di efficienza o di giustizia sociale, ma secondo equilibri di potere consolidati: categorie protette, corporazioni intoccabili, sacche di improduttività difese con accanimento da chi in quelle sacche ci vive comodamente.

Vedono un Parlamento , nazionale e regionale , in cui la discussione sui conti pubblici si trasforma troppo spesso in una gara a chi inserisce più voci di spesa nel calderone, con il risultato che il debito cresce, i servizi peggiorano e il conto viene puntualmente presentato a chi non ha ancora voce in capitolo: le generazioni future.

Vedono una magistratura che in alcuni casi sembra più interessata a occupare spazi di potere politico che a garantire quella giustizia rapida, equa e accessibile di cui il Paese avrebbe disperatamente bisogno. E vedono istituzioni di garanzia che, quando potrebbero alzare la voce su questi temi , sullo spreco, sulle rendite, sull’inefficienza strutturale , preferiscono il registro alto delle celebrazioni repubblicane a quello più ruvido ma necessario della denuncia concreta.

La vera domanda che il 2 giugno dovrebbe porre non è “perché i giovani non partecipano”, ma “cosa ha fatto la generazione che li ha preceduti per meritare la loro fiducia?”. Se i cosiddetti “nonni d’Italia”. nei palazzi del potere, nelle sedi sindacali, nelle associazioni di categoria, negli ordini professionali , avessero davvero moralizzato la politica, stigmatizzato gli sprechi, rinunciato a qualche privilegio in nome del bene comune, forse oggi non avremmo bisogno di chiederci perché i giovani disertano le urne.

Il confronto ravvicinato che Mattarella invoca è necessario. Ma perché sia credibile, deve partire da un atto di onestà che le istituzioni italiane faticano ancora a compiere: ammettere che il distacco dei giovani non è un problema di comunicazione. È una risposta razionale a decenni di cattivi esempi.