134mila migranti accolti in Italia. 3 su 4 sono dentro i Centri di Accoglienza Straordinaria
Nessuna invasione. Nessuna emergenza. Solo un sistema di accoglienza che ha trasformato l’eccezione in metodo ordinario di governo, scaricando il peso delle proprie disfunzioni sulle persone più vulnerabili. È questa la fotografia impietosa che emerge da La frontiera, ovunque, nona edizione del report di Centri d’Italia, il progetto di monitoraggio indipendente realizzato da ActionAid e Fondazione Openpolis sulla base dei dati 2024 ottenuti dal Ministero dell’Interno tramite richieste di accesso civico.
Il dato di partenza è emblematico nella sua semplicità: al 31 dicembre 2024 le persone accolte in Italia erano 134.549, pari allo 0,23% della popolazione residente. Due persone ogni mille abitanti. I 66.296 arrivi via mare registrati nel 2025 equivalgono allo 0,11% dei residenti. Eppure il dibattito pubblico continua a essere dominato da una retorica emergenziale che i numeri smentiscono con precisione chirurgica.
Un sistema sbilanciato e sovraffollato.
Il quadro che emerge dai dati è quello di un sistema strutturalmente squilibrato, incapace di riformarsi nonostante anni di opportunità. Quasi tre persone accolte su quattro, il 71,9% del totale, si trovano nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture che per definizione dovrebbero essere utilizzate solo quando il sistema ordinario è saturo. Il sistema di accoglienza e integrazione (SAI), il circuito più qualificato e radicato nei territori, copre appena il 24,7% delle presenze.
Il sovraffollamento è un problema sistemico e documentato: nel 2024 sono 520 le strutture oltre il 120% della capienza, con quasi 13.000 persone coinvolte. In 13 centri le presenze superano il doppio dei posti disponibili. Per rientrare entro soglie accettabili, sostiene il report, si sarebbero dovute redistribuire almeno 2.008 persone.
Il business dell’accoglienza.
Uno dei dati più allarmanti del rapporto riguarda la crescita impetuosa dei gestori privati a scopo di lucro. Tra il 2022 e il 2024 i posti gestiti da soggetti for profit sono passati da 7.089 a 14.813, con un incremento del 109%, quasi il triplo rispetto alla crescita complessiva del sistema, ferma al 38,6%. Il risultato è che oggi quasi il 14% dell’intero sistema di accoglienza è in mano a operatori la cui missione dichiarata è il profitto, non la tutela delle persone.
Il primo gestore in assoluto per numero di posti è la Croce Rossa Italiana con 5.743 posti in 58 strutture, seguita da Medihospes con 5.233 posti in 37 centri. Quest’ultima concentra il 44,45% dell’accoglienza nell’intera città metropolitana di Roma, e il 54,61% nel solo Comune di Roma Capitale, un dato che gli autori del report definiscono un rischio di “cattura istituzionale” della Prefettura capitolina.
Mancano i controlli.
Mentre il sistema cresce, la capacità pubblica di vigilarlo si assottiglia. Nel 2024 è stato ispezionato almeno una volta appena il 19,1% delle strutture attive, contro il 40,5% del 2019. Oltre quattro strutture su cinque non hanno ricevuto nemmeno una visita di controllo nell’intero anno. Le prefetture prive di controlli visibili sono salite da 13 a 33. Roma e Frosinone, pur gestendo rispettivamente oltre 5.200 e 1.600 posti, non risultano aver effettuato alcuna ispezione. Le penali complessivamente comminate si sono fermate a 676.847 euro , una cifra modesta rispetto alla dimensione del fenomeno, e non si registra nessun commissariamento.
I minori dimenticati nei centri per adulti.
La parte più dura del rapporto riguarda i minori stranieri non accompagnati (MSNA), spesso teenagers di 16 o 17 anni, inseriti in strutture pensate per gli adulti. Il decreto-legge 133/2023 aveva introdotto questa possibilità come misura eccezionale e temporanea, limitata a 90 giorni prorogabili di altri 60, in assenza di posti dedicati. La realtà racconta tutt’altro.
Dal varo del decreto al novembre 2025, il monitoraggio ha documentato almeno 823 transiti di minori in centri per adulti, di cui 138 avvenuti addirittura prima che la norma entrasse in vigore, a dimostrazione che il decreto non ha creato la prassi, ma si è limitato a legalizzarla. In almeno 13 prefetture si documentano permanenze oltre i 150 giorni. I picchi raggiunti sono agghiaccianti: 1.413 giorni a Torino, 927 a Brescia, 883 a Imperia. Il dato ancora più inquietante è che in molti casi i posti nei circuiti dedicati ai minori esistevano, nella stessa provincia, a volte nello stesso comune, e semplicemente non venivano utilizzati.
A questo si aggiunge un numero allarmante di abbandoni, allontanamenti e revoche: almeno 407 uscite di questo tipo, con Torino che da sola ne conta 312. Ragazzi che spariscono nel nulla, spesso più esposti a sfruttamento, economia informale e reclutamento criminale proprio perché lasciati senza protezione nel momento più delicato del loro percorso.
Gli hotspot , ancora, sono quasi quintuplicati in tre anni, passando da 611 a 3.054 posti. I centri di prima accoglienza hanno aumentato la loro capacità dell’83,7% tra il 2021 e il 2024.
Con il recepimento del Patto europeo sulla migrazione, previsto per giugno 2026, e il ddl immigrazione all’esame del Parlamento, il rapporto avverte che queste tendenze rischiano di essere ulteriormente radicalizzate: più selezione accelerata in frontiera, più condizionalità nell’accesso all’accoglienza, meno spazio per il riconoscimento delle vulnerabilità.
Il report si chiude con un giudizio netto: quello italiano non è un sistema di accoglienza, ma un meccanismo di distribuzione e alloggiamento che ha fatto dell’emergenza una tecnica di governo. La responsabilità, sottolineano gli autori, non è del mercato né dei flussi migratori, che non sono aumentati, ma di scelte politiche precise: capitolati d’appalto al ribasso, proliferazione di strutture straordinarie, opacità dei dati, assenza di programmazione.
Il sistema, conclude ActionAid, si trova di fronte a una scelta: continuare a produrre emergenza o diventare una politica pubblica trasparente, verificabile e orientata ai diritti.
